Non c’è nulla di meglio che il dar ragione a certuni, in certe circostanze, per farli mutar subito di parere. La circostanza della paura indiavolata, che aveva la signora Giuseppina, le avrebbe voluto bensì far trovare un’uscita tale che io poi diventassi la sua guida e il suo protettore naturale; ma, per non darsi torto sul passato, essa avrebbe voluto esserci come costretta. Così tra me e lei cominciò qui una specie di lotta; lei voleva venire del mio parere, ed io avevo quasi l’aria di accomodarmi al suo. Infine essa conchiuse che bisognava convertire il signor Mosè, il quale aveva incominciato a metter le fila per il figliolo del negoziante, e che, senza il signor Mosè, non se ne sarebbe fatto nulla.
Io non le risposi altro che pregandola a riflettere seriamente per qualche giorno a quanto le avevo detto, senza parlarne, s’intende, con alcuno. Intanto s’era fatto tardi. Per dare una prima e tacita prova della mia protezione futura alla signora Giuseppina, l’accompagnai, dandole il braccio, a casa; feci con lei e suo marito qualche partita a tarocchi, lasciando loro anche un po’ dei miei quattrini. La signora Giuseppina poi, con una smorfia ad ogni minuto, continuò tutta la sera a farmi capire di riposare tranquillo sulla sua secretezza.
15 aprile 1866.
Per quella prima notte, dopo aver aperto l’animo mio alla signora Giuseppina, non potei chiuder occhio sotto l’incubo di mille progetti che la fantasia andava mulinando nello scopo santissimo di poter riuscire io, in tutta questa faccenda, il più furbo di tutti. Ma non c’era modo. A riuscir furbi davvero, è una cosa difficilissima. Infine, quando vidi il primo chiarore dell’alba, raccapezzando tutto il mio lavoro notturno, non trovai da potere stringere che una sola idea; e questa era che ci voleva il signor Borsa per conquistare il signor Mosè. Mi parve buona, e feci finalmente un sonnellino.
Mi alzai dunque col progetto di scrivere una lettera al Borsa, che non è ancora rientrato in paese, per indurlo a venire subito, trattandosi di rendermi un grosso servizio. Prendo la penna, e in quella eccomi il fattore con una lettera.... di chi? appunto del Borsa! che è questa:
«Pregiat. signor don Michele,
»Non vedendomi ancora di ritorno, lei avrà forse già a quest’ora arguito che io perduro nella mia assenza. Pur troppo è così! All’erta, don Michele! Ci sono cose che per la loro speciale natura, quando le vedo continuare, mi convinco che non sono finite! Non so se mi spiego! Con lei però non mi occorre forse aggiungere altro.
»Nuove disgrazie sovrastano a Borghignolo! Non si perda d’animo, don Michele. La patria spera molto in lei; quella patria, per così dire, che in questi giorni ha letto con orgoglio il suo nome tra quelli degli eletti di cui si compone il nuovo Consiglio comunale. Ma siccome potrebbe venire un giorno in cui tutti gli argini fossero spezzati, ed occorressero, per esprimermi in metafora, nuove forze, in quel giorno, don Michele, calcoli sopra di me. L’orizzonte della Posta non è così sereno come pare. Quando in alto c’è il contrasto dei venti, in basso c’è la procella. La giustizia, parlando in confidenza, è diventata una vana parola! Quell’uomo, che ho giurato di non nominare mai più, il Buccelli, sta per diventare nuovamente il tiranno di Borghignolo!...