»Mi comandi in quel che posso; non più per lettera, s’intende, ma col mezzo di persona fidata.
»Non solo per me, ma per tutti, la Posta sarà ancora, tra pochi giorni, un disinganno di più nella vita.
»Suo devot. Borsa.»
Credetti sulle prime che questa lettera fosse una della solite ubbie del Borsa, ma in quel giorno stesso ho dovuto accorgermi, alle voci che correvano in paese, che ci doveva essere qualcosa di vero. Il giorno dopo, quelle voci andavan crescendo, e l’allarme era grande. Lettere e persone capitate in paese avevano portata la nuova del ritorno del Buccelli; in caffè gli avventori c’erano tutti, e in piazza si vedeva la gente in crocchi. Si diceva che il Buccelli era andato diritto dal deputato, il quale l’aveva condotto a far colazione dal ministro, e che lì, tra un boccone e l’altro, si era aggiustato ogni cosa. Si diceva che il Buccelli era in viaggio con in tasca un decreto del ministro, che lo rinominava commesso della posta e priore perpetuo della confraternita, in barba de’ confratelli. Chi diceva che il Buccelli era già arrivato; chi pretendeva che fosse stato veduto a suggellare i plichi nell’ufficio; chi parlava delle somme che s’erano spese dal deputato e dal Buccelli; chi faceva i pronostici di quello che avrebbe potuto accadere. Qualcuno si pentiva già di avergli volte le spalle così presto; qualche altro incominciava a dire che il Buccelli, in fin de’ conti, a saperlo pigliare, non era un cattivo uomo. I più onesti si preparavano a rinchiudersi in casa; i birbaccioni, dopo averne detto cose di fuoco, pensavano già ad accomodarsi con lui. A far qualcosa di bene, ad impedire del male, se davvero ce ne fosse la minaccia, non c’era nessuno che ci pensasse.
Tra quelli che avevano fatto i bauli c’erano il signor Garofani e sua moglie, che tutti sgomenti erano venuti a raccomandarmi le cose loro in extremis, e ad invocare la mia protezione. L’accordai subito, rallegrandomi moltissimo nel vedermi, in casa Garofani, vicino a diventare un secondo signor Mosè.
Due mesi fa, ridendo di questa nuova burrasca che si annunzia nel bicchier d’acqua, l’avrei aspettata tranquillamente, senza pigliarmi verun incomodo. Ma oggi, con la mia idea fissa in capo, e fors’anche riflettendo che di simili bicchieri d’acqua è composto il pelago in cui navighiamo, volli provarmi a fare il faccendone e a spuntarne una anch’io. Mi feci vedere per le vie di Borghignolo col piglio risoluto e battagliero. Sfidai pubblicamente tutti i Buccelli dell’universo; dissi anch’io cose da chiodi, e fui largo di protezione a chi ne chiedeva e a chi non ne chiedeva. Non mi sono mai divertito tanto; ma al tempo stesso imparai che anche per fare il bene, la via nella quale si è più facilmente seguìti dalla folla, è quella stessa dell’audacia, di cui si servono i tristi per fare il male.
Nelle ciarle di Borghignolo ci doveva pur essere qualche briciolo di vero. Pensai questa volta di non perder tempo, e, senza badare alla noia, andai diviato dal prefetto, succhiandomi non poche ore di biroccio e di diligenza.
«Il signor prefetto è partito per Firenze l’altroieri e non sarà di ritorno che in fine della settimana.» Tale fu la risposta che m’ebbi appena arrivato. Benissimo! dissi tra me: il mio destino è proprio quello di arrivare sempre il giorno dopo. Rimasi per qualche momento senza dire una parola, ed aspettando sui due piedi non so cosa, quando quel brav’uomo a cui m’ero rivolto, e che doveva essere un impiegato, credette bene, prima di congedarmi, di aggiungere alla notizia che mi aveva dato qualche osservazione di suo.
«Lei dunque non se l’era immaginato che il signor prefetto potesse essere partito?»