«No, davvero!»
«Ebbene, io l’avevo prevista questa partenza due giorni innanzi che ce ne venisse a un tratto la notizia. Si parla di cose grosse. Si dice che possano essere chiamati i contingenti.... si parla di guerra.... si parla d’una alleanza colla Prussia. Ci crede lei?... Se qualcuno gliene domanda, dica pure a nome d’un Tizio, il quale se ne intende, che son chiacchiere! E questo Tizio sa lei chi è?... Sono io!»
Nello scendere le scale della prefettura e nel rifare la strada di Borghignolo, non m’ebbi più altro dinanzi che quella parola chiamata dei contingenti, come se quel buon uomo me l’avesse inchiodata in mezzo alla testa. La qual testa, non essendo a partito da parecchi giorni, non aveva avuto il tempo di pensare a’ giornali, o a qualche vecchio amico, di quelli rimasti nella politica, per informarsi degli avvenimenti pubblici. Quella parola, entratami negli orecchi di punto in bianco, andò diritta nel fondo dell’anima a ripescarvi quel mio antico entusiasmo, a cui credevo di aver fatto da un pezzo le esequie, e che ritrovai ancora florido e pieno di vita come era a’ miei vent’anni. Poi il pensiero corse subito ad Aldo a cui ho preso a voler bene come se fosse un mio figliolo; e allora per la prima volta capii che grande e santa cosa sia l’amore di patria nei padri e nelle madri che hanno i figli sui campi di battaglia! Giunto a casa, strinsi Aldo nelle mie braccia con un affetto che mi pareva ancora più prezioso, perchè incominciava a costarmi una trepidazione che sino allora non avevo conosciuta.
Però nè ad Aldo, nè ad altri, non feci molto di quella grave parola presa a frullo tra le ciarle dell’impiegato, e penso di continuare diritto per la strada incominciata. Ritornerò dal prefetto, e non lascerò mancare il fuoco alla pentola, entro cui ho messo a bollire tante cose.
Al Borsa, a cui voglio parlare a ogni costo, ho scritto stamani nel suo stile, dicendogli «che prima di ritornare in Borghignolo, il nuovo Faraone avrebbe trovato un mar Rosso dove meno se lo pensava; che presto si sarebbe veduto svanire quella nube che pareva volesse offuscare di nuovo il sole della posta; che avevo molti progetti e molti secreti da comunicargli; che confidavo nella sua prudenza....» Poi gli ho dato appuntamento presso un cascinale, fuori di Borghignolo, e fuori di mano, in un luogo che sente un po’ del misterioso, e che per ciò deve essere di tutto suo gusto.
20 aprile 1866.
L’aver fatte io, in questi ultimi pochi giorni, tante strade, l’essere andato due volte al capoluogo della provincia, e l’essere da mattina a sera col cappello in testa e per le strade del paese senza essermi buscato nessun malanno, neanche un raffreddore, è una novità, un mistero, un problema, che manderò scritto al mio dottore per la posta, perchè ne cavi fuori lui qualcosa, se è capace. Egli mi risponderà, come già fece un’altra volta, raccontandomi la vecchia storia di quel signore che avendo la gotta, e domandando al suo medico cosa dovesse fare per guarirne, il medico gli disse: «spendete per mangiare venti soldi al giorno, e guadagnateveli!» Ma anche questa volta io gli potrei replicare che al suo ragionamento manca la base, perchè io non ho la gotta.
Però, se ciò fosse, i venti soldi questa volta sarebbero stati il Borsa, il Buccelli, il deputato e il prefetto della provincia. Sono stati questi quattro signori che mi hanno fatto galoppare e sudare tutta la settimana, ed è a loro che dovrò i miei ringraziamenti, se ci lascerò la pelle; perchè ci sono certi malanni traditori, che saltano fuori un pezzo dopo, e quando meno ci si pensa.
Il Borsa venne al ritrovo. Lo tranquillizzai alla meglio tanto sul Buccelli, che sulle intenzioni della Russia nel caso di una guerra. Rasserenatosi su questi due punti, accolse con entusiasmo i miei progetti, ed accettò la missione presso il signor Mosè. Disse però di non volere ancora che si parlasse ufficialmente del suo ritorno in Borghignolo; che in casa Garofani, per discorrere col signor Mosè, egli non si sarebbe lasciato vedere che la sera; che avrebbe sempre avuto un paio di pistole in tasca per mettere a partito qualsiasi bell’umore; e che se mi capitasse di parlare di lui con qualcuno, dovessi sempre dire: «quel Borsa che si ostina a non voler metter piede in Borghignolo.»