Eppure io ho una gran fede nei ragionamenti che farà il Borsa, molto più che ne’ miei, per quanto mi possano parere belli e buoni. Credo che molte volte l’arte del pigliare il mondo la ci paia cosa più difficile di quello che non sia, perchè ci ostiniamo a lavorare con le pinzette, anche quando bastano ed anzi valgon meglio le dita.
Il prefetto, con cento belle maniere e con un mare di parole bellissime, mi trattenne a lungo, e mi disse tante cose, che non sono ancora riuscito a raccapezzarle tutte. Egli impiegò non meno di due ore per riuscire a provare, certamente contro ogni sua intenzione, che egli ha una gran paura di tre cose: del deputato, del giornale Il Vero italiano, e delle proprie opinioni. Procurai ben io di fargli capire di tanto in tanto, ch’io non sono un malcontento di professione, che io non cerco impieghi, e che col governo nazionale e colla libertà sono un uomo dell’ordine. Ma chi sa mai! Un briciolo di opposizione anche in un prefetto può far bene, e ad ogni modo non fa male. Lasciandomi poi travedere un certo malcontento, quantunque egli sia l’uomo più contento di questo mondo, il prefetto mi voleva far nascere la persuasione che dei concetti superlativi egli ne avrebbe a bizzeffe, ma che non se ne poteva veder niente perchè il ministro gli impediva di sciogliere il sacco. Quanto al Buccelli, io dovevo capire facilmente, diceva il prefetto, che questione difficilissima fosse questa per lui. Perocchè non trattavasi solamente delle truffe e delle altre cose di questo genere, che riguardavano il lato secondario della questione, ma di quel tanto di politica che c’era immischiato, e che faceva per l’appunto diventar grossa e seria la faccenda. «Questo Buccelli» continuava il prefetto «professa delle opinioni politiche che, pei tempi, sono forse un poco premature; volgarmente passa per nemico del Governo. Il Governo dunque, per un alto sentimento di imparzialità, gli deve la sua maggior protezione. Egli è onorato dall’amicizia d’uno degli egregi deputati della nostra provincia. Pare che l’onorevole deputato abbia richiamata la vigile attenzione del ministro sopra i fatti di Borghignolo, sottoponendogli l’oculato sospetto che i suoi avversarii politici abbiano calunniato il Buccelli, per allontanare dal paese un suo fautore ed amico. Se ne commosse il ministro, com’era naturale; furono fatte indagini minutissime, scrupolosissime, e si spera di poter dare al deputato delle assicurazioni che lo possano tranquillare sul rispetto alla libera manifestazione del pensiero; rispetto a cui non cessò mai d’essere informata la popolazione di Borghignolo.»
A parlare pressappoco così, il prefetto ci pigliava tanto gusto, evidentemente, che a non lasciarlo dire per un pezzo, sarebbe stata una vera crudeltà. Quando venne alla fine la mia volta di parlare, io gli spiattellai alla libera una filza di verità grosse e crude, senza smussarne gli angoli e senza la menoma diplomazia, tanto sul conto del Buccelli, quanto di tutte le altre faccenduole del paese. Di tanto in tanto il prefetto mi interrompeva con quel sorriso che ammette e non ammette, e con qualche bella frase rotonda che aveva tutte le virgole a posto. Io ripigliavo con le mie ragioni alla buona, cosa che mi conciliava non poco il mio interlocutore e me lo rendeva pieno di benevolenza nell’ascoltarmi, perchè intanto egli pensava quanto dovesse spiccare ai miei occhi tutta la sua superiorità di parlatore diplomatico e d’uomo di governo.
Capii frattanto, che a tutta questa politica del prefetto aveva già messo fine il procuratore regio, il quale gli aveva tolto ogni scrupolo ed ogni motivo d’affaccendarsi, dichiarandogli netto che l’affare del Buccelli era affar suo, affare cioè di processo, di tribunale e di prigione. Rimaneva però la questione del commesso postale in Borghignolo, e qui ritornava in scena la politica. Al qual proposito, essendo io uscito a dire innocentemente che avrei avuto l’uomo da proporre, l’uomo che sarebbe stato la perla dei commessi, il prefetto, col suo star sempre in agguato, vide passare il merlo, e tirò la rete. «La si accerti» disse interrompendomi «che in così delicate questioni il potere esecutivo, innanzi di compire un atto, cerca le soluzioni più felici del grande problema che il pubblico funzionario sia a un tempo, quel medesimo che meglio risponda alle supreme necessità dell’amministrazione ed alle maggiori aspirazioni della pubblica opinione. Il sindaco, noti bene! oh! il sindaco, nella sua duplice qualità di eletto dal suffragio e dal Governo, magistrato in sè perfettissimo, ha una grande autorità sull’animo mio, quando sono chiamato a consiglio dal Governo in quelle non facili questioni. Quanto al commesso postale di Borghignolo, lei mi accorderà, nella sua cortesia, ch’io mantenga qualche riserbo tuttora; ma.... ma in somma, in via non ufficiale, ma ufficiosa, le posso dire che io non manderò al governo nessun mio avviso in proposito, senza avere prima discorso col sindaco di Borghignolo.»
Queste ultime parole le disse con un fare distratto e come se avesse dimenticato in quel momento che a Borghignolo, in fatto di sindaco c’era sede vacante. Poi passò d’un colpo alle novità della giornata, e mi confidò, con la solita diplomazia, la quarta parte delle cose che corrono sulle bocche di tutti. Nel dirmi che il paese poteva essere chiamato alle armi e che forse si giocava tra poco l’ultima partita, capì che sul vecchio violino fesso e scheggiato c’era ancora una corda sonora, e che egli ci aveva proprio messo il dito. Allora prese l’archetto, e glielo strisciò sopra senza misericordia. Quando gli parve che fossi a tiro, aprì un cassetto, levò una bella carta lucida piegata a rotolo, legata con un bel nastro di seta, e me la porse con un certo sorriso tra l’amabile e l’interrogativo, dal quale capii subito che non si trattava d’un regalo. Per quell’istinto naturale che ci fa tante volte presentire i pericoli, al comparire di quella carta feci fare un passo indietro alla sedia su cui ero seduto, ma ci sarebbe voluto altro. Il prefetto aveva già ripreso il suo discorso, e la carta fatale era nelle mie mani. Quando sciolsi il bel nastro e lessi la mia sentenza, il prefetto mi aveva già provato che, se durante una guerra, che poteva farsi europea, io non ero sindaco in Borghignolo, egli non mi poteva più garantire niente dei destini d’Italia. Dopo ciò, senza aspettare una mia risposta, volle subito sapere il nome del mio candidato per la posta; si sbottonò un po’ meglio a proposito del Buccelli; mi fece mille promesse, e mi assicurò che da mattina a sera non avrebbe pensato ad altro che alle cose che gli avevo dette io. Poi ci lasciammo come due amici sviscerati.... ma intanto quella carta m’è rimasta in mano. La fu un po’ la storia dei pifferi di montagna.
Ritornato in paese, scrissi due righe al Borsa. Gli dissi che avevo parlato a lungo col primo funzionario della provincia; che quel tale, ch’egli aveva giurato di non più nominare, non sarebbe più visto in Borghignolo nè da noi nè dai nostri figli; che l’orizzonte della Posta si rischiarava; che per il momento si voleva che fossi io il sindaco del paese, e che aspettavo tutto da lui per il noto affare.
Dodici ore dopo, cioè fin da questa mattina per tempo, non si discorre d’altro in paese che della mia nomina. Si dice che io sono più forte del Buccelli e della gazzetta Il Vero Italiano. Ho già ricevute molte visite, e mi accorgo che incomincio anch’io a parlare come il prefetto. Il signor Mosè, che ha un gran rispetto per le autorità costituite, è venuto anch’egli a farmi i suoi omaggi e ad annunziarmi una visita del signor Garofani e di sua moglie. Il signor Mosè aveva un paio di guanti bianchi a maglia e uno spillone di diamanti allo sparo della camicia.
25 aprile 1866.
Quale non fu, ier l’altro, la mia maraviglia nel sentirmi dire dal fattore, il quale ha sempre le primizie di tutte le novità, che la figlia del signor Garofani si maritava, e che era sposa a un conte. Gli dissi ch’era matto, e mi sono anche un poco inquietato. Ma il buon uomo mi rispose di averlo inteso da una donna che porta le ova alla signora Giuseppina, alla qual donna lo aveva per l’appunto confidato la signora Giuseppina in persona. Ma chi è questo conte? Nè il fattore, nè la donna delle ova non lo sapevano; siccome però ne andava già intorno la voce nel paese, così il fattore mi garantiva che per il giorno dopo mi avrebbe saputo dire proprio com’erano andate le cose. Io ero lì lì per andare diviato dalla signora Giuseppina, quand’eccomi un messo con una lettera. Era il Borsa che per rendermi conto della sua missione, mi voleva in tutta fretta fuori del paese; egli mi sarebbe venuto incontro per una certa stradicciola, lungo la quale non era facile imbattersi in alcuno, perchè in quelle ore, diceva, non c’era un fil d’ombra. Presi il cappello e l’ombrello, e mi avviai incontro al Borsa.