Il Borsa aveva in questi pochi giorni parlato a lungo e a più riprese col signor Mosè. Come due emigranti d’uno stesso paese, che per caso s’incontrano in mezzo a gente nuova e lontana, ben presto essi avevano stretta la più cordiale amicizia; i loro animi si erano versati l’uno nell’altro; s’erano capiti a vicenda, ed era nata tra loro una sincera e reciproca ammirazione. Il Borsa mi trattenne per quasi due ore, dopo che l’ebbi tirato all’ombra, sui discorsi fatti col signor Mosè, sulle prime avvisaglie, sulla propria finezza nel trattare le cose delicate, e sulla grandezza d’animo del suo nuovo amico. Il Borsa ne aveva dette delle belle. Confesso che io non sarei arrivato a pensarne tante, e che, se le avessi pensate, mi sarebbero parse le peggiori di questo mondo. Quanto è difficile il trovare gli uomini che sieno al giusto livello delle cose!
Il Borsa aveva fatto pernio dei suoi ragionamenti col signor Mosè, l’illustre casato di Aldo e il suo titolo di conte. Gli aveva dimostrato all’evidenza tutto il lustro e tutti i vantaggi che questo titolo avrebbe recato alla sposa, ai signori Garofani, e agli amici di casa. Gli aveva narrato che nella famiglia d’Aldo osservavasi da dugent’anni che ad ogni terza generazione nasceva un vescovo; e siccome nelle ultime due generazioni questo caso non s’era verificato, così era evidente che ai nuovi sposi era serbato l’onore di continuare un tanto lustro della famiglia. Per questo fatto, e per tanti altri di simil genere che il ricordare sarebbe un po’ lungo, dal matrimonio d’Adelina con Aldo doveva venire di riverbero un grande splendore; e che in conseguenza si sarebbe veduta presto qualche insegna di ordine cavalleresco sul petto del signor Garofani, e fors’anche di taluno di quelli che fanno con lui ogni sera la partita a tarocchi.
Poi, da una tanta beatitudine, il Borsa era disceso bruscamente, all’ipotesi contraria che in buona fede gli faceva dirizzare i capelli in testa. Se per avventura, un giorno, Aldo o qualcuno per lui avesse levato il velo che copriva le nefandità del Buccelli, sarebbe nato un cataclisma, dopo il quale si sarebbero veduti i Garofani in fondo a un abisso. Toccata la corda del Buccelli, il Borsa non l’avrà lasciata così subito, e scommetterei che col signor Mosè, in questo argomento, sarà stato di gran lunga più espansivo che non sia di solito con me. Anche sul mio conto deve averne dette non poche. A ogni tratto, nella narrazione, saltava fuori il mio nome, seguito subito da una reticenza. Tra gli articoli di fede del Borsa c’è anche quello ch’io sia un uomo che sa tutto e che può tutto. Egli deplora grandemente che io lasci inerte la mia onnipotenza, ma credo che verrà la volta nella quale mi scoterò e che farò movere il mondo a mio modo. Egli dunque avrà cercato di far passare questa credenza nel suo nuovo amico, il quale non è terreno ingrato per queste cose.
Il signor Mosè rimase colpito dalla grandiosità dei pensieri e delle combinazioni del Borsa, a quanto me ne disse questi, che non voleva render monca la storia per ubbidire troppo alla modestia. Non volendo parere da meno, il signor Mosè gli aveva confidato in ricambio l’affare del matrimonio d’Adelina col figlio d’un mercante, che era una combinazione profonda anch’essa e tutta sua. Però, in considerazione dei nuovi casi avvenuti, egli non esitava di associarsi alle viste del Borsa, e si faceva garante di guidare la barca in porto felicemente: ma bisognava lasciarlo solo al timone, perchè, diceva «le cose grandi non si menano a fine da tutti.»
Bisogna però dire che le vie del signor Mosè non conducessero in paesi molto reconditi e lontani, se ventiquattr’ore dopo ci si era imbattuta anche la donna delle ova. Egli infatti cominciò col pigliare subito la signora Giuseppina, perchè, come si sa, la moglie è il ponte che conduce nella cittadella delle risoluzioni d’un marito. La signora Giuseppina in cinque minuti disse di no, disse di sì, e pigliò tanto fuoco, che ora non sa star più nella pelle. Ma siccome ha giurato di non dir niente sinchè durano i lavori di approccio intorno a suo marito, intrapresi con calma e ponderazione dal signor Mosè, così è tutta accesa in faccia, non può star seduta due minuti, va e viene di qua e di là, e tiene chiusa la bocca per timore che le sfugga il secreto. Ma quelle mezze confidenze, che vanno già in giro per il paese, le deve aver fatte tutte lei a furia di tacere. Siccome poi «quando si promette un silenzio proprio assoluto» diceva lei «non si può parlare che con una sola persona» così, dopo essermi stata un poco intorno come la farfalla al lume, la signora Giuseppina aveva finito anche questa volta per scegliermi a confidente delle sue gioie e dei suoi nuovi progetti. Essa dunque capitò da me per poterla discorrere con comodo, col cuore in mano, e lontana dagli occhi dei seccatori, come chiamava in quel momento gli amici di casa.
Questo mio pensiero d’un matrimonio tra Aldo e Adelina era stato, diceva la signora Giuseppina, «l’ispirazione d’un Dio.» Le pareva impossibile che una simile idea non fosse venuta a lei: «però, soggiungeva, c’era mancato poco.» Ora poi lei vedeva tali combinazioni nell’avvenire, che sfidava chi si sia a vederne altrettante; e infilava il discorso su questo tèma con una serie di variazioni sulle corde più acute del suo entusiasmo, eseguite con la celerità di un maestro concertista. Per un po’ le tenni dietro; ma mi passò dinanzi, tutto a un tratto, un nuvolone che venne a gettare molta ombra sul mio orizzonte, e a farmi cambiare strada, per modo che la voce della signora Giuseppina presto non mi giunse che come la voce confusa d’una persona che parla da lontano. Alla fine venne a richiamarmi una fermata improvvisa, seguìta da un cambiamento di tono. La signora Giuseppina, accorgendosi forse che m’ero fatto serio, s’era messa sul serio anche lei, e aveva cominciato a dire che non c’è rosa senza spine, come diceva Baldassarre, suo primo marito, uomo di gran peso; e che le spine, ossia i pensieri e le difficoltà, sarebbero questa volta toccate tutte a lei.
«Non parliamo di tutto il resto» continuava essa «parliamo solo della biancheria!... Il pensare a tutta la biancheria che ci vorrà per una contessa, crede lei che la sia cosa da niente?... che ci sia da canzonare?... Nel castello, lei lo sa, adesso ci ballano i topi, e a rifare una casa, sia detto tra noi, così spiantata, ce ne vorrà, denari a parte, dei pensieri e dei fastidi! E poi, e poi, me la vedo, avrò due case sulle spalle. So che cosa sono queste contessine!... Anche mia figlia la dovrò chiamare la signora contessina smorfiosa!» Con quale compiacenza l’avrebbe chiamata così, non lo diceva, ma si capiva da un risolino che spuntava anticipatamente.
«Intanto» riprese la signora Giuseppina dopo una pausa «bisognerà che pensi a preparare Adelina, perchè una novità di questa fatta, lei mi capisce, sentita così su due piedi....»
«Mi scusi» saltai su allora io con vivacità «lei non ne dirà nulla ad Adelina per il momento. Qui la mi deve permettere che comandi ancor io per un poco, e questa sarà l’ultima volta!»
«Oh, lasci fare, so ben io come le si prendono queste cose! Ci vuole tutta la delicatezza... oh diavolo! non ho preso marito due volte per niente!»