Da un capo all’altro d’Italia si aspetta che il Re ci dica: «il tempo di riprender l’armi è venuto.» Domani stesso, anche sulle cantonate di Borghignolo, potrebbe essere affissa la chiamata dei contingenti. Domani stesso il Borsa, che finalmente siede trionfante nell’ufficio della posta, mi potrebbe dare la lettera che chiama Aldo al suo battaglione. E poi?... E poi aspetterò, lo so io con quale trepidazione, la fine della mia storia per chiudere questo quadernuccio al quale, comunque la vada, non avrò dopo più nulla da aggiungere. Oggi ho ancora una pagina lieta. Spero che non sarà l’ultima, ma mi affretto a scriverla.

Il signor Mosè ha trionfato; è entrato nella cittadella, e ne è uscito con l’alleanza e con la pace perpetua. Il Garofani diede incarico a lui di portarmi il ; poi venne con solennità a confermarmelo in persona. Mentre io mi disponevo a preparare Aldo a una nuova di questa fatta, la signora Giuseppina, ad onta di tutte le sue belle promesse, corse nelle braccia di sua figlia, e in un sol fiato le disse ogni cosa. Poi corse in cerca di Aldo, fece altrettanto, ed io li trovai abbracciati che ridevano e piangevano come due matti. Il primo giorno fu un carnovale. La signora Giuseppina era in giro per il paese a mettere a parte delle sue gioie quanti passavano per strada; Aldo non sapeva più quello che si diceva; il Garofani e il signor Mosè facevano piani e progetti, consultandosi a vicenda; il Borsa tonava in caffè contro i tiranni e contro i timidi. Tutta questa brava gente poi, non faceva che rincorrersi, cercando l’uno dell’altro. Quando si trovavano, era un riprendere le congratulazioni, abbracciandosi e baciandosi. Il signor Mosè, nell’entusiasmo, pigliava di tanto in tanto certe pose che pareva si preparasse a ballare. Insomma si sarebbe detto che a capire tanta allegria non bastasse il mondo intero, sebbene in quel momento io lo lasciassi tutto per loro. Avendo ben altro per il capo, io rimanevo intanto senza parole e sopra pensiero, nè c’era modo che mi potessi togliere di dosso una certa malinconia. Fortunatamente nessuno badò a me, perchè avevano altro a fare.

Il giorno dopo ci fu un improvviso cambiamento di scena. Com’era naturale, Adelina, dopo un’emozione così forte e venuta così bruscamente, fu presa da qualche accesso convulso, e bisognò mandare per il medico. La signora Giuseppina diede subito in pianti e in smanie, e dietro lei, tutti gli amici di casa rimasero con la faccia lunga e senza parole, come se fosse accaduta una disgrazia senza rimedio. Io, che prevedo giorni ben più agitati e pieni di pericoli davvero, cominciai questa volta ad alzar la voce per acquietarli, e a dar loro un po’ di animo con lo strapazzarli dal primo all’ultimo.

Adelina finalmente principiò a riaversi, e la baldoria in casa Garofani è ricominciata. La signora Giuseppina vuol festeggiare insieme gli sponsali e la guarigione della contessina, come dice lei, con un gran pranzo, e stamani la trovai in una discussione burrascosa col cuoco; discussione in cui non mi pareva che i contendenti avrebbero finito così presto con l’intendersi. Alla discussione per il pranzo prendevano una parte animatissima anche il Garofani, il Borsa e il signor Mosè. Questi però discutevano sugl’inviti, perchè, riguardo ai piatti, la signora Giuseppina aveva troncato ogni discorso, dichiarando ch’era affar suo, e che altri non doveva metterci il naso. Ma anche sugl’inviti non pareva che la discussione fosse per finire troppo presto. Il Garofani propendeva per una politica di conciliazione, e voleva invitar tutti, per chiudere con un pranzo quest’ultimo capitolo delle gare civili di Borghignolo. Il Borsa diceva ch’egli non avrebbe mai avuta la debolezza di consigliare simili transazioni. Diceva che gl’inviti andavano fatti con una mano di ferro, e ricordava i tempi della sua prima adolescenza, quelli di Napoleone I; tempi felici, in cui nessuno osava alzar gli occhi, e tutti tremavano come foglie. Il signor Mosè teneva strette le labbra, e accennando col capo, così al Garofani come al Borsa, di non esser lontano dal loro avviso, andava cercando il giusto mezzo tra le due opinioni. Di tanto in tanto ci buttava dentro qualche parola il cuoco, il quale propendeva evidentemente per delle esclusioni. Dietro il cuoco veniva per necessità la signora Giuseppina, ma essa sosteneva con calore che si facevano gl’inviti per fare festa agli sposi, e non per il bel muso degli invitati; che non si doveva dunque guardare troppo pel sottile; che più gente ci fosse, maggiore sarebbe l’allegria; e che, pur d’esserci il posto, un piffero di più non guastava.

Intanto Aldo e Adelina discorrevano tra loro in un canto della sala, arrossendo ogni volta che si guardavano in viso. Essi non si accorgevano di tutto il rumore che si faceva intorno a loro. Ne erano così lontani!... Erano in paradiso!... Ed io vedendoli in quell’estasi di felicità, pensavo alla chiamata dei contingenti, e mi sentivo stringere il cuore, per quanto non lo volessi e ne fossi stizzito contro me stesso.


15 maggio 1866.

La chiamata di Aldo al suo battaglione e quella dei contingenti, giunsero l’una dietro l’altra e ben presto, come me l’ero immaginato. Il mondo è pieno di dolori, ma la natura umana è così pronta a contrapporgli i suoi ripieghi, che il male non riesce mai così grave come si prevede. Io tremavo, pensando al momento in cui Aldo avrebbe dovuto staccarsi da Adelina e dalla sua nuova famiglia, e partire per la guerra. Avrei voluto darlo io a poco a poco questo annunzio, prima che arrivasse bruscamente; ma, nel pensarci, mi sentivo raccapricciare. Son così poco fatto io per essere messaggero di notizie che fanno piangere! Intanto i giornali e la voce che andava intorno non parlavano che di guerra, e si fissava anche il giorno preciso in cui sarebbe incominciata.

Il signor Garofani sulle prime aveva accolte queste voci con un sorriso d’incredulità, e aveva l’aria di dire: «come volete mai che ci sia la guerra, mentre io non ne so niente?» Ma una bella mattina gli arrivarono lettere de’ suoi corrispondenti, e queste mutarono tutta la scena in un tratto. Entrando in casa Garofani, li trovai tutti allegri, e in mezzo a grandi novità: finalmente le notizie vere si sapevano: il Garofani con la scorta delle sue lettere, e parecchi del paese, venuti a far circolo, con la scorta d’una furberia tanto antica e sempre nuova, avevano combinato tutto un sistema di politica, che lasciava indietro di gran lunga quello che i governi volevano dar ad intendere.

«Però» diceva uno della brigata «bisogna convenire che il governo fa bene a salvare le apparenze. Ma tra di noi, a quattr’occhi.... eh, eh, le si vedono le cose! Don Michele tace, ma scommetto che sa tutto da un pezzo!» Io che non ne sapevo proprio niente, a buon conto tacqui, rifugiandomi in quel sorriso col quale si piglia tempo, e che ognuno interpreta come gli torna. Tutti mi furono addosso, in un batter d’occhio, perchè votassi anch’io il mio sacco delle novità.