«Piano, piano» presi allora a dire» mi dicano prima quel che sanno loro, e poi vedremo se siamo d’accordo.»
Prima, uno alla volta, poi tutti insieme, facendo a chi ne metteva fuori di più furbe, mi condussero a traverso a una politica così fine, che qualche volta non era molto facile l’intenderla. Tra pochi giorni dunque, dicevano, sarebbe incominciata la guerra; ma non bisognava credere che le potenze volessero picchiarsi di buono. Eh, se fossero pazze! La cosa era già tutta combinata, o almeno ci mancava ben poco. La Prussia faceva finta di fare alleanza con l’Italia, per togliere il Veneto all’Austria, la quale faceva finta di far la guerra a tutte e due per salvare l’onor delle armi; e ammettevano che non aveva tutti i torti. La Francia e la Russia facevano finta di restar neutrali, per poi pigliarsi ciascuna qualche buon boccone, sul quale erano già d’accordo. Le ova erano belle e aggiustate nel paniere, ma naturalmente nessuno lo doveva sapere, e si faceva finta di fare una gran guerra per salvare le apparenze. Qualcuno poi, volendo spiegar troppo, inciampava in qualche punto oscuro, ma a ciò nessuno badava per non disturbare la simmetria delle combinazioni. E forse per questa stessa ragione, nessuno aveva voluto domandare a chi poi si trattasse di darla ad intendere, dal momento che tutti erano d’accordo! In fine poi si invidiava a una voce Aldo che, parendo di partir per la guerra, avrebbe passato una quindicina di giorni tra le feste e l’allegria, per poi tornarsene in Borghignolo a sposar l’Adelina.
«Eh lei sorride!» saltarono su in parecchi; «lo dicevamo noi che lei sapeva ogni cosa già da un pezzo! Don Michele è sempre stato un gran diplomatico! Ci ha forse avuto anche lei una mano in questi affari: Eh! lei non lo dirà mai, ma ci sarebbe da scommettere! È fine don Michele!...»
Confesso che in quel momento mi sentii come strascinato a prender parte alla comune allegria, sperando che la Provvidenza, la quale ci aveva pensato così bene sino a quel punto, ci avrebbe pensato anche poi.
Il giorno dopo, eravamo tutti in piazza a far festa ai contingenti che partivano. S’era messo assieme dei quattrini, e si fece un po’ di borsello a ciascun soldato. Poi vennero de’ fiaschi di vino di cui la Giunta municipale fu molto larga, pensando che ne avrebbero bevuto anche i consiglieri. Erano ventisette i nostri soldati di Borghignolo a cui tutta la gente del paese era venuta a dare il saluto della partenza, tra gli evviva, le strette di mano, e anche qualche lacrima che una madre, una sorella, una sposa non sapesse trattenere, pure forzandosi di dividere l’allegria comune. Da ogni parte era un gridare, un chiamarsi a nome, un rispondere; chi intonava una canzone di reggimento, e chi una alle ragazze del paese; chi gridava viva l’Italia, e chi viva la Marianna o la Teresina! Nessuno era malinconico davvero, e anzi ognuno voleva parere un poco più allegro di quello che non fosse realmente.
Quando poi s’era dato sfogo a qualche evviva in comune, i vecchi e le mamme si tiravano i loro figlioli a sè, e si vedeva la gente divisa in gruppi, intorno al soldato, a cui si dava una benedizione, un consiglio, o si chiedeva una promessa, un abbraccio, mentre gli si aiutava a infilare le cigne dello zaino, ad arrotolare il cappotto, o ad assestarsi il cinturone.
Io non potevo levar gli occhi da quello spettacolo, e guardavo quella buona gente con una commozione profonda. Pensavo qual triste domani poteva venire per loro, dopo una giornata di battaglia. Pensavo al gran sacrificio che sarebbe rimasto ignorato, così di quelli che potevan morire, come di quelli che li avrebbero pianti! Tra questi pensieri, mi ritornavano alla mente i miei sogni giovanili, di quando, più che trent’anni prima, pensavo pieno di entusiasmo al giorno in cui da ogni parte d’Italia sarebbero accorsi i mille e i mille guerrieri per finire l’antica contesa. Adesso quel giorno era venuto. La scena era più semplice di quella che la fantasia mi aveva dipinta; ma il cuore ne era ancor più commosso, e gli occhi a stento trattenevano le lacrime.
«Prodi guerrieri!» gridava il Borsa, salito su un mastello capovolto, nel quale poco prima s’era portato il vino, «ricordatevi di non lasciar partire lo straniero senza avergli fatto mordere la polve!... quella polve di quella terra, la quale.... sì! giuriamo che nessuno di noi ritornerà dalle Termopili!... giuriamolo in Pontida!... e quando saremo morti per la patria....»
«Crepi l’astrologo!» saltò su a gridar uno; ma il Borsa non lo intese, e tirò innanzi con eguale enfasi, tra gli evviva che andavano crescendo in ragione inversa della chiarezza e della logica del discorso. Finchè un ultimo evviva dell’oratore ad Alessandro Magno mise il colmo all’entusiasmo.
Poco distante dal Borsa, la signora Giuseppina, in mezzo a un crocchio di donne, stava spiegando la politica della Prussia. Delle quali donne, quelle che non avevano nè figli, nè fratelli, nè sposi che partissero per la guerra, ascoltavano la signora Giuseppina con ammirazione, e ogni tanto accennavano col capo di essere proprio del suo parere; ma le altre avevano l’aria di essere un po’ meno persuase, e prendevano quel fare mogio, mogio della gente di campagna, che lascia pur trasparire un tantino di diffidenza sotto il velo della rassegnazione.