***

Le Odi barbare seguitarono e seguitano ancora a rimaner fuori dalla raccolta delle Opere. Dopo le Nuove pubblicate nel 1882, egli era venuto componendone altre, di alcune delle quali abbiam fatto cenno: Su Monte Mario e Alessandria pubblicate nella Domenica letteraria del 1882, A Gino Rocchi nella Cronaca bizantina del 1883, Presso l’urna di Percy Bysshe Shelley nella Domenica del Fracassa del 1884; Scoglio di Quarto mandata a me nel luglio del 1884 da Courmayeur con l’annunzio che stava scrivendone altre due (le quali erano Courmayeur e Il liuto e la lira). Oltre queste, altre ne aveva cominciate, fra le quali Miramar, di cui compose, come già dissi, le prime sei strofe nel luglio del 1878, e che fu compiuta soltanto nel settembre 1880, poco innanzi alla pubblicazione del terzo volumetto delle Odi barbare, finito di stampare il 31 ottobre del detto anno.

Le odi comprese in questo terzo volume erano venti, e tutte dello stesso valore delle prime e delle seconde. Qualcuno accennò scioccamente a crepuscolo e decadenza del poeta. L’accenno dimostrava soltanto che chi lo faceva aveva ammirato le prime e le seconde Odi barbare senza avere conscienza vera del loro valore poetico. Se qualche cosa era da notare nelle ultime, era solo una maggiore perfezione della forma: l’ispirazione, la fantasia, il sentimento erano alla medesima altezza. Certamente l’ode per Napoleone Eugenio era e rimarrà sempre una delle più belle, ma Miramar, Presso l’urna di Percy Bysshe Shelley e Scoglio di Quarto sono degnissime di starle accanto. Già, secondo me, parlando delle Odi barbare, non si dice bene a dire, queste son più belle di quelle altre; sono, specialmente le terze, tutte egualmente belle; il loro piacere più o meno potendo dipendere dall’argomento, dalla disposizione d’animo di chi legge e da tante altre circostanze. A voler giudicare equamente le terze Odi barbare in confronto delle prime e delle seconde, bisogna leggerle nel volume del luglio 1893, ove le odi dei tre periodi sono tutte insieme raccolte e diversamente ordinate in due libri. Da questo ordinamento, ch’era (si direbbe) nella testa dell’autore fin da quando egli le veniva sparsamente componendo, tutte le odi acquistano maggior valore e un più largo significato, illustrandosi l’una l’altra e formando un tutto armonico di una bellezza e di una potenza di pensiero e di fantasia meravigliose. Per esempio, quella piccola, ma stupenda, ode di quattro strofe, intitolata Colli toscani, giustamente ammirata dal Tomaselli,[63] quanto non acquista messa, come ora si trova, dopo Sogno d’estate e innanzi l’altra Per le nozze di mia figlia! Nelle cinquantadue odi, quante sono tutte insieme, vive un intero mondo poetico, che dalle evocazioni storiche grandiose e fatali, dai ricordi commoventi e fecondi di meditazioni, dalle glorie e dagli eroismi antichi e nuovi della patria, alle rivendicazioni della giustizia, alle considerazioni filosofiche sulla vita e sul mondo, ai sentimenti e agli affetti della famiglia, santificati in una divina comprensione della natura, raccoglie quanto di più nobile ed alto può innalzare e infiammare un cuore umano. Che cosa sono di fronte a questo piccolo volume di poco più di 160 pagine i molti volumi di vaniloqui poetici, dove vampeggia qua e là una imagine, talora veramente bella, talora stramba e bislacca, in mezzo ad una affaticante virtuosità di parole, che gl’imbecilli chiamano linguaggio degli Dei?

***

Nel luglio del 1890 il Carducci pubblicò l’ode barbara intitolata Piemonte, che i monarchici esaltarono molto (forse più del giusto), e che i repubblicani con goffa barbarie chiamarono «una riabilitazione di Carlo Alberto a base di Garibaldi»: nel 4 dicembre dello stesso anno fu nominato Senatore.

Alla sua assunzione alla Camera vitalizia il Governo, impersonato allora nell’on. Crispi, il quale, andava lieto e superbo della stima e dell’affetto che gli dimostrava il Carducci, aveva pensato fino dall’anno innanzi, ma la nomina dovè essere rimandata, perchè il Carducci non aveva ancora quei tanti anni di accademico che sono richiesti per essere tenuto degno di entrare nell’alto consesso.

Di lì a due mesi, quando nessuno se l’aspettava, il Ministero Crispi cadde.

Era ne’ primi giorni di febbraio del 1891. Un antico scolaro del Carducci, il dottore Innocenzo Dall’Osso, che, consapevole della misera condizione fatta dall’Italia agli insegnanti, aveva preferito alla professione di professore quella di negoziante di tortellini, trovandosi di passaggio a Roma, si incontrò con Ugo Brilli suo antico compagno d’Università ed allora professore al Liceo Mamiani di Roma. Naturalmente parlarono del loro antico maestro, che appunto di quei giorni trovavasi in Roma; il Dall’Osso espresse il desiderio di vederlo; e il Brilli, accontatosi con Edoardo Alvisi, allora bibliotecario della Casanatense, e con altri amici comuni, propose, ciò che fu subito accettato da tutti, di fare una cena, alla quale sarebbero invitati il Carducci, il Dall’Osso e pochi altri.

La cena (nella quale, si intende, dovevano primeggiare i tortellini) fu fissata per le ore 6 alla trattoria La torretta di Borghese, in piazza Borghese, dove era cameriere un giovinotto di Bologna soprannominato Barzilai, entusiasta del Carducci. Eravamo fra gli invitati Luigi Lodi ed io. Quella sera, se non isbaglio, pioveva, una di quelle pioggie fini, insistenti, noiose, che a Roma, quando cominciano, pare non vogliano finir mai. Io arrivai in compagnia del Brilli e dell’Alvisi. Il Carducci c’era già. Mi presentò il suo ex-scolaro: gli altri, già arrivati, li conoscevo. In breve la comitiva fu quasi al completo: mancava soltanto il Lodi. Mentre si aspettava che i camerieri annunziassero pronta la cena, una conversazione animata empiva di lieto romore la stanza. Il Carducci era di bonissimo umore, e faceva con me sue facete e malinconiche considerazioni intorno alla fortunata condizione del suo scolaro negoziante di tortellini in confronto di tanti altri che trascinavano miseramente la vita in qualche città delle isole, insegnando latino e greco a ragazzi che non avevano nessuna voglia d’impararlo. All’annunzio che i tortellini erano in tavola, ci precipitammo tutti nella sala da pranzo; e il lieto romore andò sempre crescendo mentre ciascuno cercava il suo posto.

Cominciarono a sfilare le portate dei tortellini, cucinati in tutte le guise; cominciarono e non finivano; come non finivano le lodi dei commensali a così squisite minestre. Il pranzo procedeva allegramente, e lo sfilare dei vassoi di tortellini era finito, quando a un tratto comparve il Lodi, il cui posto accanto a me era rimasto vuoto. Entrò dicendo che veniva dalla Camera con una strabiliante notizia: — Il Ministero Crispi stava cadendo: forse era già caduto: egli Lodi aveva lasciato la Camera in votazione: l’appello nominale aveva già superato la metà dei presenti, e il Ministero si trovava in minoranza: nel qual caso, osservò il Lodi, l’esperienza insegna che i più di quelli che restano voteranno contro: avrebbero votato in favore se non avessero avuto la sicurezza che il Ministero era spacciato. —