Naturalmente il Lodi, che allora scriveva in un giornale di opposizione, era tutto sodisfatto; però, sapendo quanto il Carducci fosse affezionato al Crispi e quanta ammirazione avesse per lui, cercò di contenersi. Nè risparmiò titoli poco onorevoli a quelli onorevoli che, avendo fino allora sostenuto il Ministero, ora che lo vedevano in procinto di cadere gli si erano voltati contro. Ma la sodisfazione che gli si leggeva nel viso traspirava, starei per dire, dai pori stessi delle sue parole, se anche di biasimo ai vincitori. E qualche motto di disapprovazione per il Crispi gli uscì pure di bocca.

Alle prime parole del Lodi il Carducci rannuvolatosi gridò: — Non è possibile. — Quando poi dal seguito del racconto capì che la cosa era vera, ruggì: — Vigliacchi; è l’unico uomo di stato che possa governare l’Italia, e tenerne alto il nome: vigliacchi. — E ruotando gli occhi fiammanti d’ira, e fissandoli di tratto in tratto sul Lodi, pareva volesse stritolarlo, annientarlo col solo sguardo. Qualcuno, non mi ricordo chi, si provò a gittare qualche parola che temperasse l’effetto prodotto nell’animo del Carducci dall’improvvisa notizia; io, che lo conosco bene, mi tacqui sapendo che qualunque parola poteva affrettare lo scoppio della burrasca, invece di scongiurarlo; e, ad ogni nuova osservazione o risposta del Lodi, m’aspettavo di vedere il Carducci balzare in piedi ed avventarglisi contro. Dovette accorgersi anche il Lodi che non era prudente seguitare la conversazione su quell’argomento, e, non mi ricordo se col pretesto di tornare alla Camera, o con altro, levatosi da tavola se ne andò.

L’allegria, rotta a quel modo, non fu più possibile rannodarla. Il Carducci rimase cupo e muto per tutto il resto della serata. E la tempesta sconvolse non soltanto la nostra piccola comitiva, ma tutto lo stabilimento. Il padrone, che aveva sperato di farsi con la nostra cena un po’ di réclame, ne rimase più sconcertato di tutti: faceva di tratto in tratto capolino alla porta e guardava il Carducci; ma vedendolo sempre più nero e adirato, tornava indietro e respingeva con bel garbo gli avventori che dalle altre sale si affollavano verso la nostra, per desiderio di vedere il poeta. Il povero Barzilai, che aveva fatto del suo meglio per adornare la sala e la tavola, ed aveva perfino trovato dei fiori freschi, rari in quella stagione, rimase tutto dolente che nessuno li avesse apprezzati.

La cena finì in mezzo ad un silenzio di tomba: quando uscimmo (pioveva sempre) avevamo l’aria di gente che torna da un funerale. S’andò al Caffè Morteo in Via Nazionale: nè fu possibile per istrada calmare il Carducci, il quale andava brontolando fra sè e sè e mettendo di quando in quando a mezza voce qualche esclamazione. Pareva che avesse perduto fino la conoscenza delle persone, perchè più d’una volta si fermò per istrada domandando al Brilli: — Ma chi è colui là? — Ed era uno dei nostri commensali.

La sera dopo, il Dall’Osso invitò ad una cena più ristretta alcuni dei medesimi amici, per far sentire loro i suoi tortellini. Il Carducci era più calmo, ma non aveva ritrovato il buonumore che gli è abituale in simili occasioni: pareva impensierito, triste, come se fosse sotto il peso di una grave sciagura.

L’ammirazione e l’affetto del Carducci per il Crispi erano d’antica data: si collegavano e si confondevano con la storia del risorgimento d’Italia. Ora poi le testimonianze di stima e di amicizia che ne aveva ricevute nei tre anni e mezzo circa ch’egli era stato al potere, lo avevano maggiormente stretto a lui. E dopo ch’egli fu caduto, non si lasciò sfuggire occasioni, anzi andò cercandole con ogni studio, per dimostrargli sempre maggiormente la sua devota affezione. Forse non pensò neppure che ciò avrebbe potuto procurargli qualche fastidio per parte di quei radicali, che già da un pezzo (dall’ode alla Regina in poi) lo accusavano disertore ed apostata del loro partito; o se ci pensò, si sentì forte e sicuro nella coscienza di adempiere ciò che stimava un dovere.

***

Dopo la nomina a Senatore, il Carducci venne anche più spesso a Roma. Della sua vita romana in questo ultimo periodo scrisse con reverente affetto Mario Menghini. «A Roma (il Carducci) cambia notevolmente di abitudini (le abitudini sue a Bologna sono già note ai lettori). Si alza verso le otto se è d’inverno, verso le sette se d’estate.... ed esce per andare al Senato, da quando è senatore. Gli anni avanti era solito rintanarsi nella Biblioteca Casanatense, dove il fedele Alvisi (bibliotecario) teneva a sua disposizione una stanzetta per studiare. Anche in Senato il luogo prediletto dal Carducci è pur sempre la biblioteca. Colà, curvo sul tavolino, legge, prende appunti, corregge prove di stampa, scrive lettere: insomma è sempre alle sue occupazioni preferite.... Ma il cannone di mezzogiorno lo toglie dai suoi studi; egli vuole andare a mangiare e attende con impazienza il nostro giungere. Perchè posso dire che a Roma il Carducci ha sempre appetito, un appetito formidabile; ed ama la cucina casalinga, e, non meno del Chianti, il vino dei Castelli romani.»[64]

Finchè rimasero a Roma, il Brilli e l’Alvisi furono i due che col Menghini andavano abitualmente a prendere il Carducci alla Casanatense o al Senato per condurlo ed essergli compagni a colazione. Nella trattoria giungevano poi, se non c’erano già, altri compagni; spesso Cesare Pascarella, Vittorio Fiorini, Policarpo Petrocchi (ora morto improvvisamente e immaturamente); più di rado, perchè non sempre libero, Francesco Torraca. Io ci andavo quando potevo. Qualche impronto riusciva talvolta ad intrudersi, con fastidio di tutti, nella piccola brigata. Ciò bastava a mettere di malo umore il Carducci; il quale a tavola, in buona e ristretta compagnia, è sempre allegro ed espansivo; ma appunto perciò bisogna che la compagnia sia piccola e d’intimi.

Le trattorie preferite dal Carducci erano in generale di quelle dove si mangia alla buona e si spende poco. Negli ultimi anni «il ritrovo abituale, scrive il Menghini, era una piccola trattoria in via dei Sabini.... che aveva il pregio di preparare dei desinari salubri a poco prezzo. L’onesto proprietario era orgoglioso di servire il Senatore (così chiamava sempre il Carducci): e credo che nessuno sia stato più intelligente di lui nel soddisfare i gusti, modestissimi del resto, del nobile avventore. La tavola era sempre coperta di biancheria di bucato, e sempre adornata di fiori.