»Il convegno però delle grandi occasioni, quando il Carducci poteva godere più di due ore di libertà, era il Castello di Costantino, la famosa trattoria che sta a cavaliere del gran monte plebeo; luogo veramente incantevole, che ha di fronte il Palatino e ai tre lati le Terme di Caracalla e Monte Mario. La tavola allora era più numerosa, i discorsi più vari e meno intimi.»[65]
La sera il Carducci soleva mangiare in casa, presso la famiglia d’uno dei due o tre amici dei quali accettava in Roma l’ospitalità. Quando era da me, le sere ch’eravamo soli si divertiva, dopo pranzo, a giuocare a briscolone col più piccolo dei miei figliuoli, rallegrandosi molto e facendo le più sonore risate quando gli accadeva di vincere.
Non gli mancavano inviti a pranzo fuori, ch’egli soleva accettare se di persone a lui simpatiche. Fra i più graditi erano quelli di Adriano Lemmi, dal quale passavamo (io gli era sempre compagno) delle serate piacevolissime. C’era sempre un’eletta di brave persone, serie senza musoneria, fra le quali e durante il pranzo e dopo si intavolavano animate discussioni, di storia, di arte, di politica.
Io aveva conosciuto il Lemmi fino dal 1885 poco dopo la mia venuta a Roma. Lo trovavo quasi tutte le sere alla Birreria Morteo in Via Nazionale in un piccolo crocchio di amici, coi quali passava volentieri qualche ora conversando. Gli ero stato presentato da un professore del mio liceo, Florestano Tano; ed egli, sapendomi amico del Carducci, amicissimo suo, m’aveva fatto la più cordiale accoglienza. Nei primi tempi il crocchio alla birreria era ristrettissimo: ne facevano parte, oltre il Tano, Luigi Castellazzo, l’autore del Tito Vezio ed ex-condannato dell’Austria, Ettore Socci non ancora onorevole, e, quando era in Roma, il Carducci. Veniva qualche volta, ma di rado, Ulisse Bacci; vennero più tardi, ma anch’essi saltuariamente, Felice Cavallotti e il conte Luigi Ferrari, ucciso poi così miseramente a Rimini. Forse dimentico qualcun altro.
Il Lemmi, che conosceva gli uomini politici più autorevoli, tanto quelli ch’erano al potere, quanto quelli che c’erano stati o aspiravano ad andarci, era sempre fornito di notizie, e dirigeva e presiedeva, per così dire, le nostre conversazioni. Le quali, aggirandosi generalmente sui fatti del giorno, si capisce ch’erano spesso vive e romorose.
Data la qualità e notorietà delle persone, era naturale che quelle conversazioni eccitassero la curiosità dei frequentanti la birreria. Onde accadde che dai tavolini vicini al nostro qualcuno prestasse attenzione ai nostri discorsi, e che qualcuno anche, non invitato, ci mettesse bocca. Ciò, se non poteva piacere a nessuno di noi, a lungo andare dispiacque molto al Lemmi; il quale dopo qualche tempo cessò di venire alla birreria, invitando alcuni dei più intimi a prendere il ponce o la birra in casa sua. E di tanto in tanto, quando il Carducci era a Roma, ci invitava anche a desinare.
Rammento fra quelli che avemmo più spesso commensali il generale Sani, il dottore Achille Ballori, l’onorevole Filippo Mariotti, Ulisse Bacci. Vennero qualche volta anche l’onorevole Fortis, il conte Luigi Ferrari, la signora Jessie White Mario, Guido Mazzoni.
In casa Lemmi non c’erà pericolo che la conversazione languisse. Chi pensava a tenerla desta era il signor Adriano, come alcuni di noi lo chiamavamo. Con i suoi settant’anni e più egli aveva una vivacità e una freschezza di spirito più che giovanili. La sua vita fortunosa, la sua amicizia con gli uomini che prepararono il risorgimento nazionale, dei quali egli fu anche il compagno d’azione e il cassiere, fornivano alla sua memoria una quantità inesauribile di fatti e di aneddoti ch’egli non si stancava di raccontare. Nelle discussioni sopra qualunque argomento egli aveva sempre le idee sue personali, che non erano quasi mai quelle degli altri, che spesso anzi erano opposte a quelle degli altri; e le sosteneva con una tenacia non di toscano, ma di ligure, e con una energia e vivezza di linguaggio veramente mirabili. Quando il suo oppositore era un dei più giovani, ad esempio il Bacci, di cui aveva molta stima ed al quale era molto affezionato, l’intercalare col quale cominciava, interrompendolo, la sua risposta, era questo: — Scusi, lei non capisce niente. — Ma nessuno s’impermaliva o si lasciava sgomentare; e le repliche fioccavano vive, magari pungenti. Quando poi per l’ora tarda i convitati si disponevano a partire, lasciando interrotta l’ultima discussione, rimaneva in tutti il desiderio di riprenderla al più presto, non per conchiudere, ma per rimanere ciascuno, s’intende, con la propria opinione.
Il Lemmi, amico del Crispi fin da quando giovani cospiravano insieme, gli era sempre rimasto fedele, e si trovava perfettamente d’accordo col Carducci nell’apprezzare l’opera di lui come uomo di Stato e capo del governo. Aveva perciò veduto anch’egli con dispiacere la crisi del febbraio 1891, e giudicava anch’egli molto severamente la condotta della Camera in quella occasione.
Indipendentemente dalle qualità personali che facevano caro il Lemmi al Carducci, questa conformità d’idee rispetto al Crispi stringeva sempre più i legami della loro stima ed affezione reciproca. E, com’è naturale, si trovavano d’accordo nel sentirsi tanto più legati al Crispi ora ch’egli era in disgrazia.