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Fin da quando il Carducci pubblicò l’ode a Margherita di Savoia, i monarchici andavano vantando che il poeta della repubblica era stato guadagnato alla monarchia dalla graziosa Regina. Fin d’allora i repubblicani lo accusarono, come abbiam visto, di aver disertato la parte loro.
Il Carducci aveva anche, come pure abbiam visto, fatte nel 1888 e 1889 due conferenze alla Palombella in presenza della Regina, la seconda delle quali (La Poesia e l’Italia nella quarta crociata) terminava con un grazioso saluto a Sua Maestà; ed aveva nelle Terze Odi barbare, pubblicato una nuova ode alla Regina, Il liuto e la lira.
In tutto ciò niente di strano; e niente di strano nel fatto che il poeta nel marzo del 1891 invitasse il Crispi a fare da padrino a la bandiera che le signore di Bologna avevano ricamata per il Circolo monarchico universitario; niente di strano, dico, dopo ch’egli aveva confessato francamente in quali circostanze e per quali ragioni fosse avvenuta quella che poi chiamarono la sua evoluzione.
La quale più tardi spiegò anche più chiaro con queste parole: «Io, di educazione e di costumi repubblicano (all’antica), per un continuo svolgimento di comparazione storica e politica, mi sentii riattratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia, con sola la quale credo ormai fermamente possa l’Italia mantenersi unita e forte: oltre di che mi professo affezionatamente devoto alla grande civiltà e umanità di Umberto I.»[66]
Il Crispi, non poeta, ma semplicemente uomo politico, si era anche lui di repubblicano convertito a monarchico dicendo: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe», e nessuno ci aveva trovato a ridire, benchè in fondo a quel mutamento stesse la nobile ambizione di salire al governo, mentre in fondo all’evoluzione del Carducci non c’era nessuna ambizione e nessun vantaggio di nessun genere.
Tenuto poi conto della grande stima che il Carducci faceva del Crispi, come cittadino e come uomo di Stato, può anche essere che nella sua evoluzione avesse pure influenza l’esempio di lui. La ragione del poeta e dell’uomo di Stato era in fin dei conti la medesima.
Dunque niente a ridire, per le persone ragionevoli e spregiudicate, sul mutamento dell’uno come su quello dell’altro.
Ma è naturale che i repubblicani condannassero severamente, brutalmente, il Carducci; per questa ragione sopra tutte, che la perdita di lui era pel partito una gran perdita. Morti Garibaldi e Mazzini, morti Mario e il Cattaneo, divenuti ministri della monarchia il Cairoli ed il Crispi, non rimaneva se non che il poeta della democrazia e della repubblica passasse anche lui armi e bagaglio al partito monarchico.
I moderati toscani avevano rimproverato al Carducci di avere rinnegato la Canzone a Vittorio Emanuele e la Croce di Savoia per inneggiare alla repubblica; ma per la gioventù romagnola il Carducci era soltanto il poeta di Satana e dei Decennali, il poeta di Monti e Tognetti e del Cairoli, della Commissione araldica e di Versaglia.