La gioventù romagnola fra il 1870 e il 1875 era quasi tutta repubblicana; è quindi naturale ch’essa facesse del Carducci il poeta suo prediletto. Però nei decennio dal 1875 al 1885 molti di quei giovani, avviatisi a diventare uomini maturi, avevano per lo svolgersi degli avvenimenti politici rimesso molto del loro ardore repubblicano; ed erano quindi in grado di meglio intendere e di giudicare più serenamente l’opera del Carducci poeta e cittadino. La gioventù nuova non era invece in questo caso: al partito repubblicano era venuto a poco a poco ad aggiungersi il socialista; ed a Bologna ambedue riguardavano naturalmente con odio e con disprezzo il circolo monarchico universitario.

I giovani, si sa, portano l’ardore della gioventù nella professione delle loro idee; essi sono, e debbono sempre essere, perchè giovani, eccessivi in tutto. Di ciò meno che altri può meravigliarsi il Carducci. Essi naturalmente non accettarono la giustificazione che il poeta diede dell’avere scritta l’ode Alla Regina: se avessero saputa la storia, probabilmente avrebbero pensato che Barnave pagò con la testa l’aver sentito pietà di Maria Antonietta quando l’accompagnò nel triste ritorno a Parigi.

Altri tempi ed altri avvenimenti, coi quali non è dato istituire confronti. Sta bene. Ma insomma l’autore dei Giambi ed Epodi aveva, dopo le odi e le lodi alla Regina, celebrato Carlo Alberto, ed aveva accettato la nomina a senatore: e quasi ciò non bastasse, si apprestava a fare da padrino, in luogo del Crispi, alla bandiera del Circolo monarchico universitario.

Questo per gli studenti repubblicani e socialisti fu il colmo. E la sera del 10 marzo 1891, dopo una conferenza commemorativa del diciannovesimo anniversario della morte di Giuseppe Mazzini, un centinaio di giovani, fra i quali parecchi studenti, si recò alla casa del Carducci sulle Mura Mazzini, per fargli una dimostrazione ostile. La turba dei dimostranti prendendo da Via San Stefano per Via del Piombo, fu, come accade, ingrossata dai soliti curiosi, tanto che quando giunse dinanzi alla casa del poeta era di circa trecento. Il Carducci non era in casa. I dimostranti si sfogarono gridando abbasso e fischiando e poi se ne andarono.

Il giorno di poi essendosi sparsa la voce che gli studenti monarchici volevano fare una controdimostrazione in favore del Carducci quando egli recavasi all’Università a far lezione, gli studenti radicali, in numero di circa cinquecento, si radunarono verso le ore due nell’Università, e non appena il professore comparve incominciarono a fischiare e gridare abbasso. Egli, come se ciò non lo riguardasse, si fece largo tra i fischianti, ed entrò nell’aula per fare la sua lezione. Dietro di lui entrarono in massa i dimostranti; egli, apparentemente calmo, sali la cattedra avendo intorno alcuni studenti e studentesse di filologia, ed accingevasi a fare lezione, quando ricominciarono le grida di abbasso ed i fischi. Impedito di far lezione dal baccano che andava sempre crescendo, egli, acceso un sigaro, si mise a fumare, non senza prima aver risposto a quelli che gridavano: «È inutile che gridiate abbasso, la natura mi ha messo in alto; dovreste piuttosto gridare a morte.» E poichè ai fischi e agli abbasso si aggiunsero le grida di cretino, vigliacco, buffone, ed altre più gravi ed atroci ingiurie, egli montò ritto in piedi sur una tavola che era dinanzi alla cattedra, per meglio esporsi ai fischi e per ricevere in pieno petto gli oltraggi. Ciò irritò maggiormente i dimostranti, i quali divenuti tanti energumeni si ruinarono contro la tavola, fracassarono le lampade, mandarono in pezzi più assi de la cattedra, e rintuzzarono il professore con gli studenti e le studentesse che gli s’erano stretti intorno, tra la cattedra e il muro, tanto che la respirazione diveniva ogni momento più difficile e la stretta era non senza pena e pericolo.[67] Una signorina svenne e fu salvata per la finestra, un’altra n’ebbe intormentito un braccio, un’altra ci rimise il mantello. Erano sopravvenuti durante il tumulto i professori Pelliccioni e Ciaccio, l’economo dell’Università cav. Damiani e Olindo Guerrini, ma non erano riusciti a calmare quei furibondi, nè a persuaderli a sgombrare l’aula, poichè il Carducci aveva dichiarato ch’egli era in casa sua e non sarebbe uscito se non l’ultimo di tutti. Sopravvenne in fine il professore Albertoni, il quale, come socialistoide, fu accolto da una ovazione dei dimostranti; ma neppure egli riuscì a persuaderli a sgombrare. Se ne andarono quando vollero, cioè quando capirono che tanto il professore non se ne andava, ed erano forse stanchi di quella, come il Carducci la chiamò, prolungata esercitazione nelle imitazioni animalesche.[68]

Usciti i dimostranti, uscì anche il Carducci insieme coll’economo Damiani. Fu fatto salire in una vettura e accompagnato a casa. Gli studenti e una parte dei dimostranti, che aspettavano fuori, seguirono la carrozza, quelli acclamando il professore, questi seguitando a oltraggiarlo. Fu detto che uno dei dimostranti, aggrappatosi alla carrozza tentò di colpirlo; ma il poeta con un telegramma da Genova alla Gazzetta dell’Emilia affermò che nessuno aveva portato la mano sopra di lui. Il Resto del Carlino però disse che nel suo interrogatorio il Carducci non aveva escluso di essere stato minacciato e percosso, ma aveva soggiunto che ciò sarebbe avvenuto in seguito a sua provocazione.

La mattina del 13 gli studenti monarchici prepararono in piazza Vittorio Emanuele una dimostrazione in onore del professore. Naturalmente i radicali, saputolo, si riunirono anch’essi per controdimostrare; e gli uni applaudendo e gli altri fischiando, per i Portici del Pavaglione e via Farini, si spinsero fino in via del Piombo, alla casa del Carducci, dove giunti si azzuffarono, si strapparono una bandiera e ne ruppero l’asta. Il Carducci, ch’era a Genova, vide il Verdi, andato a cercarlo, e di tutto gli parlò fuor che del successo in Bologna; tanto poco ci aveva il pensiero.

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Il fatto della prima dimostrazione (le altre non furono che una conseguenza naturale di quella) fu deplorevole, ma i precedenti da me narrati lo spiegano. Il ministro Villari, parlandone alla Camera disse: «Quando assistiamo a fatti come quelli di Bologna, dove impunemente si insulta l’uomo, il cittadino, il maestro, mi sembra vedere dei figli che insultano il loro padre.» Nobili parole che furono una giusta condanna del fatto indegno.

Gli studenti radicali in un foglietto stampato si giustificavano dicendo: «Il poeta e il letterato tutti ammiriamo. Noi abbiamo fischiato il disertore di una bandiera.» Dal loro punto di vista essi avevano in apparenza ragione; ma avevano torto nella sostanza. Per ammirare il poeta e il letterato bisognava comprenderlo; ed essi non lo comprendevano: essi vedevano nel Carducci il poeta del loro partito; ed il Carducci era ben altro; era un poeta superiore a tutti i partiti.