Gli studenti radicali di Bologna commettevano lo stesso errore nel quale erano caduti i monarchici moderati, che dopo il 1860 accusavano di defezione l’autore della Canzone A Vittorio Emanuele e della Croce di Savoia. La ragione dell’errore l’accennava il Carducci stesso con queste parole dirette al ministro Villari: «Il Ministero della pubblica Istruzione volle fare in piccol tempo troppe scuole e troppi professori in un paese che non poteva nè dare tanto, nè portare tanto.»[69] Insomma la ragione era l’ignoranza. Con ciò non intendo negare che parte, e principalissima parte, nel fatto, avesse la passione politica, la quale è sempre bestiale; ma credo che, se gli studenti radicali avessero veramente (cioè comprendendolo) ammirato il poeta, non avrebbero fischiato in lui ciò ch’egli non era e non fu mai, il disertore di una bandiera. La sua bandiera, ch’egli non disertò mai, fu sempre una sola, la bandiera della nazione, la bandiera italiana.

Che dopo l’ode alla Regina i suoi ideali politici non erano affatto mutati basterebbero a dimostrarlo, se non lo dimostrasse tutta la vita e tutta l’opera sua, le odi A Giuseppe Garibaldi e Scoglio di Quarto e i sonetti Ça ira. Mentre i repubblicani lo accusavano di avere rinnegato i suoi antichi ideali, i monarchici lo accusavano d’inneggiare ai sinistri e sanguinari apostoli della Rivoluzione francese.

Nei giorni dei tumulti e in quelli che seguitarono il Carducci non perdè mai la sua calma e la sua serenità di spirito. Attendeva ai suoi studi come se niente fosse avvenuto: si occupava allora del Goldoni, intorno al quale aveva in animo di comporre una corona di sonetti. Furono scritti in quel tempo i quattro che poi pubblicò per le nozze della figlia di Ferdinando Martini. Nè si preoccupava affatto del ricominciare le lezioni: e quando una quindicina di giorni dopo le ricominciò, tutto procedè tranquillamente. Uno dei suoi antichi scolari, che assisteva alla prima lezione, mi diceva: «Nessuno avrebbe potuto immaginare quel giorno che circa un mezzo mese prima dentro quell’aula si era venuti alle vie di fatto ed era mancato poco che non si fosse versato del sangue.»

CAPITOLO X. (1892-1902.)

Il Carducci al Senato. — Studi e lezioni sul Parini. — La Bicocca di S. Giacomo, La guerra, Il Cadore. — Lezioni all’Università su l’Alfieri e le tragedie di soggetto romano e italiano. — Ultimo Ministero Crispi. — Polemiche crispine. — Onoranze al Carducci per il giubileo del suo magistero. — Il Nencioni scrittore. — La paroletta misteriosa di un lucherino. — Malattia e morte del Nencioni. — Il Carducci presidente della Commissione per gli scritti inediti del Leopardi. — Studi leopardiani. — Morte di Carlo Bevilacqua. — Rime e Ritmi. — Due degli ultimi sonetti. — Il Carducci a Madesimo nel luglio del 1899. — La prefazione ai Rerum Italicarum Scriptores del Muratori. — Nuovo disturbo nervoso. — L’edizione delle poesie complete in un volume. — I volumi XI, XII e XIII delle Opere. — Lavori riserbati dal poeta agli ultimi anni della sua vita. — La biblioteca del Carducci.

I doveri d’insegnante e il bisogno di non trascurare i suoi studi e lavori letterari non consentirono al Carducci di prendere viva parte ai lavori del Senato. Nel 1892, essendo Ministro della istruzione il Martini, prese una volta la parola per difendere da non giuste accuse le nostre scuole secondarie, ed in particolar modo gli insegnanti di esse; a proposito dei quali disse: «Possano quei degni insegnanti che da tanti anni lavorano come martiri e sono pagati come.... non oso esprimere il termine del paragone.... che sono ballottati irrisoriamente di promessa in promessa, di riforma in riforma, e per giunta tenuti in sì mediocre concetto dai più; possano una buona volta veder rialzate le loro sorti, possano sentirsi tenuti dalla nazione nel concetto che meritano. Se ciò non avverrà, e presto, sarà incagliato pure quel progresso che certo oggi è nelle scuole; verrà a raffreddarsi la fiducia che molti, io avanti tutti, ora hanno in un fulgido avvenire della scuola e della coltura italiana. Perchè, in fine, pretendere che giovani, uscendo dopo tante spese dall’Università a vent’anni, debbano essere pronti a spendere con entusiasmo la migliore età in divulgare fra gente svogliata le letterature di Omero di Virgilio di Dante, a insegnare la storia universale, compresa la geografia, e tutta la filosofia, e tutta la matematica, e tutta la fisica, e, di più, tutto che piaccia aggiungere a un ministro di buona volontà; e ciò con la speranza di arrivare quando che sia ad avere cinque lire al giorno; onorevoli colleghi, questa è una pretesa che si fonderebbe su una iniquità sociale.»[70]

Dopo queste ed altre sante parole in difesa della coltura classica, approvate calorosamente dall’alto consesso, e rimaste poi, come accade, senza nessun effetto, il Carducci per un pezzo non si fece più vivo. I soli discorsi di qualche importanza che disse più tardi in Senato furono, se non erro, quello dell’aprile 1897 per Candia, e quello del marzo 1899 per la convenzione universitaria di Bologna, stampati nel volume XI delle Opere.

Le frequenti gite a Roma non impedirono al Carducci di attendere con l’usato zelo alla sua scuola. Ma nel 1893, cominciando a sentirsi un po’ stanco, chiese ed ottenne per aiuto quel suo antico e valoroso discepolo, che già conosciamo, Severino Ferrari, degno e per l’affetto al maestro, e per la larga cultura, e per l’ingegno vivo, di proseguirne l’opera e gli intendimenti.

Nei quaranta anni di magistero universitario il Carducci tornò più volte, com’è naturale, su gli stessi argomenti; ma non rifece mai una sola volta i medesimi corsi. L’argomento era lo stesso, ma il corso era interamente nuovo, era cioè il risultato di studi e ricerche nuove, che compivano quelle del corso o dei corsi precedenti. Fino dal 1874-75 egli aveva fatto un corso sulle poesie del Parini; aveva poi negli anni 1881-82-83 scritto alcuni articoli sul Parini pel Fanfulla della Domenica, per la Domenica letteraria e per la Nuova Antologia, che raccolse con emendazioni ed aggiunte sotto il titolo Pariniana nel volume delle Conversazioni critiche (Sommaruga, 1884). Nel febbraio del 1886 fece alcune lezioni sul Parini, il Boileau, il Pope; e nel 1888 un corso compiuto e larghissimo sul poema Il Giorno: onde trasse in gran parte la materia per altri scritti sul poeta lombardo; fra i quali capitalissimo il libro Storia del «Giorno» di Giuseppe Parini edito dallo Zanichelli nel 1892.

Se con questo libro egli aveva esaurito i suoi studi sul poema pariniano e detto intorno ad esso l’ultima sua parola, era ben lontano dall’aver compiuto le sue ricerche e formulati i suoi giudizi intorno a tutta la poesia pariniana. Tornò perciò ad essa con un corso di lezioni sulle odi nell’anno scolastico 1890-91; e poichè l’intero anno non gli bastò a compiere il corso come lo intendeva lui, lo ha ripreso e terminato nell’anno scolastico 1901-902.