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Nonostante il lavoro della scuola, le molte occupazioni officiali e le molte distrazioni per le frequenti sue gite a Roma, gli ultimi dieci anni del secolo passato non furono letterariamente poco operosi nella vita del Carducci; nè la sua vena poetica accennò a stanchezza o languore.
Il 22 agosto 1891 il re Umberto passò in rivista le truppe italiane presso la Bicocca di San Giacomo, e il Carducci, pigliando occasione da questo fatto, scrisse e pubblicò nel settembre l’ode che prende nome da quel luogo rimasto celebre nella storia politica e militare del Piemonte per gli avvenimenti dei quali fu teatro. Due mesi più tardi, al tempo del famoso congresso per la pace, scrisse un’altra ode, La guerra, che fece un po’ di scandalo fra i radicali, i quali lo accusarono di avere adulterato il pensiero di Carlo Cattaneo, perch’egli aveva messo come epigrafe ai suoi versi le proprie parole con le quali esso Cattaneo attesta la necessità storica della guerra. Un’altra accusa non meno strana fu fatta a quell’ode, d’essere cioè una poesia dinastica; il qual fatto dimostra semplicemente che, quando nel giudicare di un’opera d’arte c’entra la passione politica, il buonsenso se ne va a spasso.
Nell’estate del 1892 il Carducci andò a Pieve di Cadore; di lì ad Auronzo, e da Auronzo a Misurina, dove si trattenne circa due settimane solo. In Cadore trovò conoscenti ed amici, che gli furono compagni e guida a visitare quei luoghi che vedeva per la prima volta. Volle, com’egli usa sempre, essere informato di tutto; si procurò delle buone guide, lesse una storia del Cadore; e la statua del Tiziano, ch’è nella Piazza di Pieve, e una piccola lapide lì presso rammentante l’eroismo di Pietro Calvi, gl’ispirarono insieme agli altri ricordi e al grandioso e al pittoresco dei luoghi, una delle più belle odi da lui composte in questi ultimi anni; l’ode intitolata Cadore. La scrisse nei giorni della breve dimora a Misurina, e la pubblicò nel settembre, tornato a Bologna. A Pieve di Cadore pubblicò egualmente nel 1892, a spese di quel Municipio, le Antiche laudi cadorine con una prefazione datata del 15 agosto.
Nel luglio del 1893 andò a villeggiare a Castiglione de’ Pepoli in Provincia di Bologna; di lì venne a Roma pei lavori del Senato; e terminati questi, andò per alcuni giorni sulle Alpi. Nell’ottobre fu in Mugello, a Pilarciano presso Vicchio, ospite dell’amico Luigi Billi; poi, fatta una corsa a Roma, tornò a Bologna. Quivi riprese i suoi studi, facendo all’Università un corso su Vittorio Alfieri e le tragedie di soggetto romano e italiano (l’anno innanzi aveva fatto un corso sul teatro latino nei secoli XIV e XV), e scrivendo i Saggi sul Torrismondo e su l’Aminta del Tasso, che furono pubblicati, prima nella Nuova Antologia del gennaio, del luglio e dell’agosto 1894, e poi nel terzo volume delle Opere minori del Tasso curate dal Solerti. Il 27 dicembre mi scriveva: «Io sto bene, anche perchè studio assai e assai tranquillamente.»
Dopo quell’anno nell’estate tornò sempre sulle Alpi; nel 1894 a Madesimo; nel 1895 a Courmayeur, dove scrisse le due brevi poesie L’Ostessa di Gaby e l’Esequie della guida; e nei quattro anni successivi a Madesimo.
Di poesie, dopo il Cadore, non scrisse, o almeno non pubblicò altro fino al 1895. Nel gennaio del 1895 pubblicò l’ode Alla figlia di Francesco Crispi (nel giorno delle sue nozze), che dal livore politico fu fatta segno, non solo a sciocche e maligne critiche, ma a ignobili scherzi da parte di giornalisti, che pur professavano, o almeno avevano professato fino allora, la più alta ammirazione e il più gran rispetto al poeta.
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È noto in qual modo cadesse nel novembre del 1893 il Ministero Giolitti; e come, incaricato della formazione del nuovo gabinetto l’onorevole Zanardelli, egli lo avesse composto; nè altro mancasse al suo, come dicono, insediamento che l’approvazione del Re. Già i nuovi Ministri ricevevano i telegrammi di congratulazione de’ loro innumerevoli amici, che in questa occasione diventavano anche più innumerevoli; già quelli che gustavano per la prima volta la voluttà dell’alto ufficio avevano ordinata al sarto la montura, o uniforme che s’abbia a dire; già dai piccoli impiegati dei Ministeri (i quali in generale, salvo quelli dei gabinetti, si rallegrano di ogni cambiamento di ministri) si aspettava con impazienza la presentazione delle nuove Eccellenze; quando, che è, che non è?, corre la voce che il ministero zanardelliano era stato un aborto, e che il Re aveva dato incarico della formazione di un altro gabinetto all’onorevole Crispi.
Il Crispi lo formò e tale che prometteva di essere forte e duraturo.