De le borbonie scuri
Balenar ne i crepuscoli fiammanti;
In cuore i dì futuri,
Garibaldi e l’Italia: avanti, avanti!
L’accecamento dei nemici del Crispi arrivò a negare la parte ch’egli aveva avuta, principalissima e determinante, nella insurrezione siciliana e nella spedizione dei Mille, e ad accusare il Carducci di avere con quei versi fatto ingiuria, egli, pure studioso severo della storia, alla verità. A ciò il Carducci non potè tenersi, e rispose nella Gazzetta dell’Emilia del 21 e 25 gennaio e del 1º febbraio 1895, dando ai detrattori del Crispi una severa lezione di storia e di onestà, che terminava con queste parole: «Deh quanto mi fate compassione, o ragazzi vecchi! Ma la colpa non è vostra. Può darsi che voi sappiate le genealogie dei Faraoni o che siate simbolisti. Ciò sta bene a buoni bizantini.»
Tutti i brevi scritti del Carducci che si riferiscono al Crispi e al secondo suo Ministero, sono raccolti nel dodicesimo volume delle Opere pubblicato nel 1902.
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Colla fine dell’anno accademico 1894-95 avendo il Carducci compito trentacinque anni del suo insegnamento universitario, i colleghi e la città intera deliberarono di celebrare con solenni onoranze il giubileo del suo magistero. Il pensiero di ciò era sorto qualche anno prima, fin da quando il Carducci nel 1887 ricusando la cattedra dantesca nella Università di Roma, aveva dato la maggior prova che per lui si potesse del suo affetto a Bologna. Si sarebbe voluto fare il giubileo nel 1890, dopo i trent’anni di magistero. Ma il bisogno e il desiderio che le feste riuscissero veramente grandi e solenni, portò la necessità di ritardarle. Non si trattava delle solite onoranze ad un professore illustre di un illustre Ateneo; Bologna volle e seppe mostrare ch’ella sentiva tutta la grandezza dell’uomo, del cittadino, del maestro che si voleva onorare, maestro non di una scuola, non di una provincia, ma dell’Italia; volle mostrare che si sentiva orgogliosa di avere nutrito e cresciuto nel suo seno il poeta della nazione risorta. Si costituì un Comitato dei più autorevoli cittadini, presieduto dal Sindaco di Bologna, il quale preparasse degnamente le feste pei primi dell’anno 1896.
La gran festa ebbe luogo il 6 febbraio alle ore 2 pom. nella sala maggiore dell’Archiginnasio, sede dell’antico studio di Bologna. La città tutta era presente nelle sue rappresentanze più degne. Con quella solenne dimostrazione essa volle confermare in faccia al mondo quello che già si sapeva, che cioè il tumulto indegno del marzo 1891 fu l’opera di pochi dissennati, alla quale la città era perfettamente estranea. Erano accorsi intorno al maestro alcuni de’ suoi più diletti scolari, il Pascoli, il Mazzoni, il Ferrari, il Casini, e altri ancora.
Il Sindaco, dopo un discorso degno veramente dell’alta occasione, consegnò al Carducci il decreto con cui egli era nominato cittadino onorario di Bologna, e la medaglia d’oro per lui coniata, a commemorazione della festa. Dopo di che parlarono brevemente il Preside della facoltà di lettere, Francesco Bertolini; il professore di lettere latine, G. B. Gandino, e il Sindaco di Pietrasanta, venuto a presentare al festeggiato una pergamena con gli omaggi e gli augurii de’ suoi concittadini. Per ultimo il senatore conte Pier Desiderio Pasolini, con un nobile atto, non compreso nel programma della festa, offrì con acconce parole al poeta un ramoscello colto da un alloro che cresce vicino alla tomba di Dante in Ravenna.