A tutti rispose il Carducci ringraziando con un breve discorso nel quale versò tutto l’animo suo grande e buono; discorso che è ristampato nel vol. XII delle Opere, e che dovrebbero rileggere e meditare tutti i giovani che si sentono nati a fare qualche cosa nel mondo.
A questa, che fu la solennità principale, altre due se n’aggiunsero. La Regia Società di Storia Patria, di cui il Carducci è presidente, volle fargli una speciale dimostrazione di onore, offrendogli in una pubblica tornata accademica, tenuta il 13 febbraio, una pergamena miniata, a testimonianza della gratitudine per gl’insigni servigi da lui resi per oltre sei lustri all’Istituto. E gli studenti della facoltà di lettere, prima che cominciassero le feste ufficiali, ebbero il pensiero affettuoso di offrire al maestro un albo contenente i ritratti di quanti gli erano stati discepoli dall’anno 1860 in poi; e glie lo offersero il 24 gennaio.
Il Carducci rispose loro: «Grazie, il pensiero è gentilissimo. È di farmi rivivere nei miei giovani anni, dei quali certo la miglior parte è quella che passai stando coi giovani.... Della parte della mia vita spesa con voi certo non ho da pentirmi, non ho da farmi rimprovero, se non qualche volta di troppa passione, ma non mai di cosa che fosse contro la purità della vostra mente e del vostro cuore. Da me non troppe cose certo avrete imparato, ma io ho voluto ispirar me e innalzar voi sempre a questo concetto: di anteporre sempre nella vita, spogliando i vecchi abiti di una società guasta, l’essere al parere, il dovere al piacere; di mirare alto nell’arte, dico, anzi alla semplicità che all’artifizio, anzi alla grazia che alla maniera, anzi alla forza che alla pompa, anzi alla verità ed alla giustizia che alla gloria. Questo vi ho sempre ispirato e di questo non sento mancarmi la ferma coscienza.»[71]
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Dopo le onoranze del giubileo, un grave dolore percosse in quell’anno medesimo l’animo del Carducci; la morte del suo vecchio amico Enrico Nencioni, avvenuta il 25 agosto 1896 all’Ardenza presso Livorno. E quando quattro anni più tardi, nella primavera del 1900, ammiratori ed amici del morto si apprestavano ad inaugurarne la tomba nel Cimitero di San Felice a Ema, il Carducci inviò questo telegramma: «In memoria di Enrico Nencioni manda sincere e dolenti parole chi sin dall’anno 1849 gli fu amico fedele, e ne ammirò l’ingegno e il naturale poetico; ed ebbe poi dalla sua letteratura molteplici e preziosi documenti.» Fino dal 1871 nella prefazione alle sue poesie (edizione Barbèra) aveva scritto di lui: «Sentirei d’essere ingrato se non ricordassi almeno a me stesso quanto io debbo al fraterno ingegno di Enrico Nencioni, che mi fu sin dai primi anni aiutatore, coll’ardor suo e coll’esempio, al culto di ciò che è bello in ogni forma.»
Questa benefica influenza della consuetudine col Nencioni la provarono più o meno tutti gli amici suoi che si occuparono di lettere. E debbono in parte averla provata quei molti che lo conoscono soltanto per aver letto i molti scritti che negli ultimi quindici anni della sua vita pubblicò in giornali e riviste. Il Nencioni è uno scrittore estremamente, come oggi dicono, suggestivo.
Leggendo qualche suo articolo o nella Nuova Antologia, o nel Fanfulla della Domenica, o nella Domenica letteraria, o in qualche altro giornale, a me pareva di sentirlo discorrere come quando andavamo insieme a passeggiare per ore ed ore alle Cascine o in Boboli, due delle sue passeggiate favorite; o mi pareva di leggere una sua lettera, una di quelle lettere nelle quali versava dall’animo pieno le vive impressioni delle sue svariate letture.
Dissi già com’egli cominciasse la professione di scrittore dopo i quarant’anni. Da ciò, credo, deriva quello che è il principale difetto de’ suoi scritti, qualcosa cioè di non bene consistente e, direi quasi, non completo; e da ciò quella grande qualità che compensa largamente il difetto; una freschezza quasi giovanile di impressioni rese con molta sincerità ed ingenuità. Il Nencioni, più che un vero e proprio scrittore, è quello che i Francesi chiamano causeur; un causeur pieno di brio, di spirito, di coltura, coltura facile, leggera, e tuttavia ammirabile; un causeur che non vi secca mai, che state sempre volentieri a sentire, anche quando, come qualche volta gli accade, si ripete, o ripete ciò che innanzi han detto il Sainte-Beuve o altri stranieri.
I tre anni (dal 1880 al 1883) che egli passò a Roma nel modesto quartierino di Via Goito furono, credo, dei suoi più felici. Ed oh quanto gli dispiacque di lasciare quel quartierino, di lasciare Roma! Nè avrebbe certo pensato a cambiare, se non erano le paurose necessità del futuro; e non ci pensò senza dolore. Ma a quella età, con la natura sua semplice e ingenua, e con la nessuna abilità d’intrigare, e di farsi della réclame, come poteva egli sperare di procacciarsi co’ suoi scritti una posizione sicura per il resto della vita?
Fortunatamente l’amicizia di Ferdinando Martini gli venne in aiuto, ottenendogli nel 1883 dal Ministro Baccelli un posto d’insegnante nell’Istituto magistrale femminile di Firenze. A Firenze ebbe poi un’altra cattedra all’Istituto della SS. Annunziata. Si trattava in ambedue le scuole di insegnare letteratura a delle giovinette, ed era ciò a che il Nencioni si sentiva chiamato; si trattava di avere, come si dice, assicurato il tozzo per la vecchiaia; cioè assicurato sicut in quantum, perchè s’egli avesse dovuto lasciare l’insegnamento prima d’aver diritto a pensione, avrebbe probabilmente dovuto morire d’inanizione, come il nostro buon amico Telemaco Signorini pittore, o andare a finire in uno spedale.