Ma la fortuna (questa volta non sotto la forma di un deputato influente, ma sotto quella di un semplice lucherino) gli risparmiò l’una e l’altra cosa. Un giorno mentre passeggiava pel Colle di San Miniato col suo giovine amico Ettore Zoccoli, un lucherino guizzando a volo quasi gli sfiorò i capelli lasciando nell’aria una paroletta misteriosa. Quella paroletta, dice lo Zoccoli, parve un segno di elezione. «Dieci mesi dopo Enrico Nencioni era morto.»[72]

Io amo molto gli uccelli, che sono, come il Leopardi dice, le più liete creature del mondo; ma confesso all’egregio Zoccoli che quel lucherino lo avrei mandato volentieri a farsi benedire; perchè in somma quel segno di elezione si tradusse in una penosa malattia, che fece soffrire orribilmente l’amico nostro e lo condusse alla tomba all’età di cinquantanove anni, quando egli sognava di fare chi sa quante altre passeggiate per il Viale dei Colli, di scrivere chi sa quanti altri articoli di letteratura inglese, di comprare e leggere chi sa quanti altri libri, di conversare chi sa quante altre volte col suo amico Zoccoli e con me!

Il 13 luglio 1895 mi scrisse: «Da sette mesi son malato di nevralgia di petto. Ho molto sofferto. Ho creduto di non ti riveder più — e ho pensato spesso a te con l’antico affetto, e un intenso desiderio di riabbracciarti. Ora sto assai meglio. Scendo in giardino, cammino, mangio con buon appetito — e la terribile insonnia è scemata: ma non son guarito: e i disturbi nervosi ogni tanto si riaffacciano a tormentarmi. Già il Carducci, che mi ha visto più volte, ti avrà detto tutto.» Pur troppo; e sapevo da lui che la malattia era irrimediabile.

Da che il Nencioni era tornato a Firenze, io andavo spesso a trovarlo, e passavamo insieme delle mezze giornate piacevolmente. Ma dopo ch’egli fu attaccato dalla terribile malattia, le mie visite a lui doventarono per me un tormento. Egli conservava intera la sua vivacità di spirito, credeva che il suo male presto sarebbe passato, parlava di mille disegni che voleva colorire; ed io doveva secondare i suoi discorsi e fingere di partecipare le sue illusioni. Nell’ottobre del 1895 lo andai a trovare in compagnia d’altri amici in una villetta al Poggio Imperiale. Mi fece una gran festa: s’illudeva di star meglio e d’essere in via di guarigione. Poco dopo tornato a Firenze, mi scrisse: «Vo sempre migliorando — tanto che ho potuto riprendere le lezioni ai due Istituti. Ma non posso dirmi ancora guarito. Ho sempre qualche leggero accesso, e i dolori nevralgici alle braccia e alle mani, che a giorni mi tormentano molto.... Quanto fui felice di rivederti! e quanto mi dolse di vederti solo per pochi minuti, e in compagnia di altri.... Avrei bisogno di star con te una settimana intera, tante son le cose di ogni genere che avrei da dirti e da domandarti.»

Il miglioramento fu pur troppo più apparente che sostanziale, e di breve durata. Quando lo rividi alcuni mesi dopo nella sua casa di Via Maggio, era ridotto in così tristi condizioni che appena poteva parlare, ed era niente più che l’ombra del Nencioni di una volta. Lo lasciai con un triste presentimento; e non lo rividi più. Nè il Carducci nè io non potemmo avere la dolorosa sodisfazione di dare all’amico l’ultimo addio e di accompagnarlo alla tomba!

***

Nel marzo del 1897 fu pubblicato, per cura di alcuni amici del Nencioni, un primo volume di scritti di lui, Saggi critici di letteratura inglese (Firenze, Successori Le Monnier), al quale doveva fare la prefazione il Carducci; ma, quale si fosse la ragion vera (probabilmente gli mancò il tempo), se ne cavò allora con poche parole, promettendo la prefazione pel secondo volume. «Non voglio preoccupare il luogo qui in questo primo volume: mi parrebbe quasi villano, e certo men pietoso, parlare prima dell’amico: rileggendo di lui mi voglio mantenere l’illusione che quella voce soave dalle colorite e forti inflessioni, come io la ho ancora negli orecchi, ancora si conquisti e assoggetti l’attenzione. Lasciamolo prima parlare lui, il caro morto. Io verrò poi.»

Se non che nel 1898 gli stessi amici, senza niente dirne al Carducci, mandarono fuori il secondo volume, Saggi critici di letteratura italiana (Firenze, Successori Le Monnier), con uno scritto del D’Annunzio di due anni innanzi.

Il Carducci in quell’anno era stato nominato presidente della Commissione per la pubblicazione dei manoscritti del Leopardi appartenuti al Ranieri. Dall’esame di essi prese occasione a tornare sopra i suoi studi su la poesia leopardiana; e nei primi dell’anno diede alla Rivista d’Italia (fascicoli del 15 febbraio e del 15 marzo) due articoli su Le tre canzoni patriotiche di G. Leopardi. Il 29 giugno, celebrandosi a Recanati il centenario della nascita del Leopardi, pubblicò un notevole studio su tutta la poesia del Recanatese: Degli spiriti e delle forme nella poesia di Giacomo Leopardi. Allo studio aggiunse, emendati e accresciuti, gli articoli su Le tre canzoni patriotiche. Ed allo scoprimento del busto del poeta nella grande aula del palazzo comunale di Recanati pronunziò in nome del Ministro della pubblica istruzione, che lo aveva incaricato di rappresentarlo, il breve ispirato discorso che leggesi nel volume XI delle Opere.

In occasione delle feste leopardiane fu anche dato in luce il primo volume degli scritti inediti con una prefazione di esso Carducci; il quale, a compimento de’ suoi studi leopardiani, avea nell’anno stesso delle feste fatto all’Università un corso di lezioni su Giacomo Leopardi.