Accennai nel capitolo V ad una raccolta di Canti carnascialeschi alla quale il Carducci stava lavorando nel 1864 per un editore di Milano, e ad una di Ballate per la Collezione di antiche scritture italiane inedite o rare incominciata intorno a quel tempo dall’editore Nistri di Pisa. Quelle due raccolte facevano parte di un grande lavoro sulla poesia semipopolare dei primi secoli, che il Carducci aveva vagheggiato fino dagli anni più giovani, pel quale aveva messo insieme molti materiali anche prima d’andare a Bologna, e del quale seguitò ad occuparsi poi sempre con grande amore pure dopo il 1864. Ma non ne pubblicò che due brevi saggi: nel 1871 le Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV (Pisa, Nistri), e nel 1896 le Cacce in rima dei secoli XIV e XV (Bologna, Zanichelli).

Avendo io chiesto al Carducci qualche notizia intorno a quel suo lavoro, che sapevo quanto gli stava a cuore e quante fatiche gli era costato, egli mi rispose il 25 aprile 1902 così: «Ahimè! Tu mi inviti a dire quel che ho più desiderato, quello su cui ho più lavorato e quello che speravo dover essere l’ultimo lavoro da compiere nella mia vecchiaia. I Canti carnascialeschi editi e inediti sono tutti pronti con le varianti per la stampa. Speravo finire la mia carriera poetica come Uhland, dando una edizione critica delle Canzoni a ballo semipopolari del ’300 e ’400, e ne ho invero preparato una gran massa. Ho quasi finito i Sirventesi italiani, curiosissima e rara raccolta.

»Se io, invece di attendere alla stampa delle opere mie, avessi energia ed attività per lavorare sulla poesia semipopolare dei primi tre secoli (sirventesi, ballate, madrigali, canti carnascialeschi, ec.) e vi potessi lavorare con i criteri della filologia critica e non coi metodi pedanteschi di oggi, i miei voti sarebbero compiuti.

»Altro dei miei indirizzi letterarii avrei vagheggiato nel Rinascimento. Le opere latine e italiane di Francesco Maria Molza so come andrebbero fatte, e ho messo insieme moltissime carte inedite pescate per le biblioteche anche di Roma: ma non ne potrò condurre a fine nulla. Eccoti quel che ti posso dire fin qui.»

È da augurare non solo che queste fatiche del Carducci non vadano perdute, ciò di che non v’ha oramai più nessun pericolo, ma che le cure ch’egli deve alla stampa delle opere sue e le condizioni di salute gli lascino tempo e modo di compiere con l’aiuto (che certo non gli mancherebbe) di qualche suo valoroso discepolo, quel lavoro col quale egli si proponeva di chiudere la sua carriera poetica.

Con tale augurio mi è caro affrettarmi al fine di queste memorie, nelle quali tutto potrà mancare fuorchè l’affetto per l’amico e l’amore della verità che non può scompagnarsi da quello, quando è sincero.

***

Nel 1901, essendo compiuto il quarantesimo anno dell’insegnamento del Carducci, gli studenti pensarono di dargli qualche segno di onoranza. Era un pensiero affettuoso, facilmente spiegabile e commendevole dopo il malore che aveva colpito il loro maestro.

Questi, avutone sentore, si affrettò a pubblicare nella Gazzetta dell’Emilia del 17 marzo la seguente dichiarazione:

«Che gli studenti pensino di ricordare i quaranta anni dell’insegnamento da me impartito in questo studio, l’ho caro; anche per il modo del ricordo non rumoroso. Se non che giornali e lettere e fin poesie vengono a minacciarmi di quel che oggi dicesi giubileo. Giubileo, secondo un sacro scrittore, significa anno di quiete perfetta; nel quale la Chiesa promette remissione delle colpe a chi compia certi atti di penitenza. Ora sono io in istato di far penitenza? Ne dubito. Di più fra l’un giubileo e l’altro devono intercedere, secondo la legge mosaica, cinquanta anni: ridotti dalla legge cristiana a venticinque. Ma per me sono appunto cinque anni che fu celebrato un giubileo. Ripeterlo a così breve termine eccederebbe ogni facilità d’indulgenza. Veramente e brevemente: ringrazio di cuore, ma mi trovo in tal disposizione di spirito e di corpo che ogni menomo romore, reale o metaforico, ne turba la quiete; senza la quale non potrebbe essere giubileo