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E i più non si curarono dei suoi versi, che furono esaltati dai meno, dai radicali e dai repubblicani, specialmente di Romagna. Qualcuno dei più ne andava dicendo il maggior male possibile nei crocchi letterari di qualche grande città; diceva che il Carducci non aveva nè affetto nè fantasia nè forma, che era freddo, che scriveva poesia per forza, che a far poesia come quella tutti eran capaci.

— Ah sì? pensò il Carducci, a cui queste maldicenze erano riferite da alcune signore; ah sì? sentirete se son freddo, se i miei versi son fatti per forza, se tutti li sanno fare! — E nel 1873 pubblicò le Nuove Poesie, dove, in mezzo ad una grande varietà ed originalità di componimenti poetici, erano i nuovi e più terribili giambi ed epodi, che ad alcuni di quei critici e ad alcuni dei letterati e degli uomini politici più in vista dovettero sapere di forte agrume. Non fa meraviglia se il Bonghi, uomo che in letteratura teneva, nella opinione dei più, un posto eminente, dichiarava: «In realtà, chi legge il Carducci?... io me ne stanco e non mi vergogno di confessarlo.»

Che lui se ne stancasse è naturale, perchè, a parte la diversità profonda delle opinioni, nei giambi c’era qualche zampata anche per lui; ma che la gente non lo leggesse, era un’illusione o un pio desiderio del dotto uomo.

La prima edizione delle poesie del Barbèra (di sole mille copie) in due anni non si era esaurita, mentre delle poesie dell’Aleardi dal 1864 al 1873 ne erano state fatte quattro edizioni per un numero complessivo di 6500 copie, e di quelle dello Zanella dal 1868 al 1873 due edizioni di 1500 copie ciascuna. Ma pubblicate appena le Nuove Poesie, a quella prima edizione ne successe subito una seconda; e poi una terza e una quarta, intanto che delle Nuove Poesie si faceva una ristampa dallo Zanichelli.

Che cosa era avvenuto?

Errerebbe chi credesse che le Nuove Poesie avessero portata al Carducci la popolarità, cui egli non aspirò e che non ebbe mai.

Fra la gente timorata di Dio ed ossequente al Re s’era formata una specie di leggenda intorno al nome del poeta di Satana, che faceva di lui qualche cosa di pauroso e di terribile. I letterati, che avevan ricevuto da lui qualche cenciata, si contentavano di dire che era un maleducato e un villano; quelli che non lo conoscevano se lo figuravano una specie di belva feroce; le donne e i ragazzi avevan paura di lui come del peccato e del diavolo, salvo qualcuna che, avendo già qualche pratica col peccato e col diavolo, moriva di voglia di conoscere come il poeta di Satana era fatto.

È probabile che quella leggenda di terribilità facesse nascere in alcuni il desiderio di conoscere le Nuove Poesie, delle quali, appena pubblicate, ci fu subito chi si affrettò a dir male; ma, più che probabile, è certo (quali si fossero le ragioni) che le Nuove Poesie, senza neppur l’ombra d’un po’ di réclame editoriale o giornalistica, furono subito lette in Italia e fuori; e tutte le persone cólte e spregiudicate, ch’erano in grado d’intenderle e di gustarle, tutte senza distinzione di partito, ne rimasero colpite come d’un fatto nuovo e singolare nella letteratura e nell’arte, non italiana, ma europea, come della rivelazione intera e compiuta di quel vero poeta, che i due Epodi avevano solamente annunziato. Gli stranieri, in particolar modo tre tedeschi, furono i primi a riconoscere il fatto e segnalarlo all’attenzione generale.

C’era di che.