Purtroppo la prova, per quanto riuscita in apparenza, non ebbe l’effetto desiderato. Tanto è vero, che il 24 dicembre 1901 il Carducci mi scriveva: «Questa maledizione di dover dettare, o non potere scrivere se non lentamente col lapis, mi dispera e toglie energia ed efficacia alle mie lettere, nelle quali io era consueto versarmi intero e franco.»

Ad un uomo, la cui attività stava tutta nel pensiero, e la vita nel bisogno di comunicare altrui il pensiero suo, impedire il libero e spedito funzionamento degli organi che servono alla trasmissione di esso pensiero con la parola scritta o parlata, fu una vera crudeltà.

La sua mente, se anche divenuta più tarda a pensare, era rimasta viva e lucidissima. Onde egli sentiva tanto più acuto il dolore che alla lucidezza della mente non rispondesse più la facilità della espressione. Questo fu durante gli anni della infermità il suo massimo tormento.

Gli stava in mente che avrebbe avuto da dire ancora tante cose alla gioventù che si affollava nella sua scuola, in quella scuola che era stata per tanti anni il suo regno; e sapeva che gli scolari aspettavano, come una grande fortuna, di riudire la sua voce. Il suo primo ripresentarsi ad essi dovette essere per lui una grande sodisfazione; ma la sodisfazione non fu senza un po’ d’inquietudine, poichè non si sentiva padrone sicuro de’ suoi organi vocali. Se quelle prime lezioni furono una festa pei suoi scolari, per lui furono uno sforzo, dopo il quale si trovava affaticato e scontento.

Fino dal 1893, dovendo spesso recarsi a Roma per il Consiglio superiore e per il Senato, il Carducci chiese al Ministero un supplente, affinchè dalle sue assenze non dovesse venir danno all’insegnamento. Il Ministero affidò il delicato ed onorevole incarico alla persona designata dal Carducci stesso, a Severino Ferrari, professore all’Istituto femminile superiore di Firenze. E il buono e bravo Ferrari accettò il grave ufficio, correndo tutte le settimane da Firenze a Bologna, da Bologna a Firenze, per attendere alla cattedra del maestro e alla sua. Ma dopo che il Carducci fu colpito dal male, si capì che il doppio ufficio pel Ferrari era troppo gravoso, e lo si nominò professore ordinario di stilistica all’Università, affinchè potesse fare le lezioni di lettere italiane alle quali non bastava il Carducci.

Nei due anni dal 1899 al 1901 il Carducci potè fare dodici lezioni all’anno; nei successivi ne fece dalle quattro alle cinque per anno. Nelle lezioni dal 1899 al 1903 trattò delle poesie del Leopardi (l’Ultimo canto di Saffo e l’Inno ai patriarchi); dello svolgersi dell’ode dalla prima età della lirica nazionale fino al Parini; del Parini principiante; delle Odi di G. Parini; e della genesi della Divina Commedia nella Vita nuova. Oltre queste lezioni di letteratura italiana, ne fece nel 1898-99 quattro di letteratura provenzale, leggendo e commentando il poemetto: L’infanzia di Gesù. Le ultime quattro lezioni del 1904 ebbero per argomento la Canzone di Dante delle tre donne; sulla quale scrisse poi il saggio che dedicò alla figlia dello Zanichelli per le sue nozze.

La cattedra di lettere italiane a Bologna fu disgraziata anche nel supplente. Nell’ottobre del 1902 il Ferrari ammalò. Dopo alcuni mesi parve guarito e riprese le lezioni; ma il male ricomparve indi a non molto con maggior gravità, ed egli dovè di nuovo lasciarle. Il 18 gennaio del 1905 fu messo in una casa di salute, e il 24 dicembre dello stesso anno morì.

La malattia e la morte del Ferrari furono pel Carducci un dolore acutissimo, del quale la sua salute dovè naturalmente risentirsi. Mentre il Ferrari era malato in Bologna, il Carducci volle andarlo a trovare, benchè dovesse salire ad un secondo piano, il cui accesso non era molto comodo. Ve lo accompagnò l’avv. Antonio Resta, il quale mi raccontava che l’impresa di quella ascensione fu abbastanza difficile e non senza qualche pericolo.

Per comprendere qual dolore fosse pel Carducci la morte del Ferrari, basta sapere ch’egli lo amava come un figliuolo. Che cosa pensasse dell’ingegno e della poesia di lui, giudicata appena mediocre dalla critica prosuntuosa di un facitore di versi mediocri, lo dicono queste poche righe di lettera: «Severino, caro amico e figlio, i tuoi sonetti mi hanno più di quattro o sei volte toccato fino alle lacrime. Tu hai l’anima buona, e profonda l’intuizione della poesia.»

Quando il 31 gennaio 1901 il Ferrari fece una lettura dantesca in Firenze ad Orsanmichele, il Carducci volle andare a sentirla. Assistevano a quella lettura anche il Mazzoni e mia figlia. Quando, finita la lettura, il pubblico si avviava per uscire, fu da qualcuno notata la presenza del poeta. Un mormorio corse per la sala, gli occhi di tutti si rivolsero verso di lui, e ad un tratto scoppiò come per incanto una immensa ovazione. Il Carducci, che non ebbe mai paura dei fischi e degli oltraggi (come provò nella pazza e feroce dimostrazione degli studenti di Bologna nel 1891), sentì sempre un bisogno istintivo di sottrarsi alle acclamazioni e agli applausi. Sconcertato da quella ovazione, ricorse per aiuto a mia figlia, che gli stava lì presso, la prese a braccio, e raccomandandosi che lo salvasse, scese con lei le scale, e con lei si rifugiò nella chiesa d’Orsanmichele. È uno di quei tratti che dipingono l’uomo; e del Carducci se ne potrebbero raccontare molti di somiglianti.