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Nei primi anni della malattia il Carducci tornò più volte in Toscana, anche per consiglio dei medici. Tra la fine di settembre e l’ottobre del 1900 fu per circa quindici giorni a Pilarciano presso Vicchio nella villa dell’amico dott. Luigi Billi: vi tornò per circa venti giorni nel settembre e ottobre del 1902. Nello stesso anno era stato a Firenze in casa del Billi nei mesi di marzo e d’aprile.

A Bologna la maggiore operosità del Carducci si raccolse intorno alla edizione delle sue opere. In quella edizione si trattava non soltanto di raccogliere, ordinare e correggere gli scritti già pubblicati, ma di compierne e rifonderne alcuni, e di aggiungerne dei nuovi. L’edizione si era arrestata nel 1898 al volume decimo: negli anni 1902 e 1903 il Carducci, come dissi nel cap. X, mandò fuori altri tre volumi, l’XI, il XII e il XIII; l’ultimo dei quali contenente la prima parte degli Studi su Giuseppe Parini, sotto il titolo Il Parini minore. Il volume XIV, doveva contenere la seconda parte di tali studi, sotto il titolo Il Parini maggiore. La stampa di esso era avviata e condotta molto innanzi, ma rimase sospesa per alcuni scritti che l’autore non aveva compiuti a suo modo. Uscirono intanto nel 1905 i volumi XV e XVI, portanti l’annunzio che entro l’anno stesso uscirebbe anche il XIV, il quale si attende in questi giorni, postumo.

I due volumi usciti nel 1905 sono fra i più importanti della raccolta. Il XV comprende gli Studi su Lodovico Ariosto e Torquato Tasso; il XVI, intitolato Poesia e Storia, contiene uno scritto su la Canzone di Dante «Tre donne intorno al cor mi son venute», la prefazione ai Rerum italicarum scriptores del Muratori, la prefazione alle Letture del risorgimento italiano, gli scritti per le tre Canzoni patriotiche del Leopardi, e Degli spiriti e delle forme nella poesia del Leopardi, lo studio Dello svolgimento dell’ode in Italia pubblicato, come già fu detto, nei fascicoli 1º e 16 gennaio 1902 della Nuova Antologia, e la prefazione alla raccoltina di poesie intitolata Primavera e fiore della lirica italiana, pubblicata dal Sansoni nel 1903.

Il primo studio del vol. XV è ora intitolato La gioventù di Lodovico Ariosto e la poesia latina in Ferrara. Nella prima edizione questa operetta, come il Carducci la chiama, aveva per titolo, Delle poesie latine edite ed inedite di L. A.; il qual titolo fu in una ristampa del 1881 modificato così: La gioventù di L. A. e le sue poesie latine. Accogliendo questa operetta nel volume XV delle Opere, l’autore l’ha accresciuta di varii capitoli e in tutti corretta, dove non anche rifusa. Ciò spiega la modificazione ultima del titolo, e dà a tutto il lavoro un’aria di novità e di maggior compitezza. Segue all’operetta lo splendido Saggio su l’Orlando Furioso, pubblicato la prima volta nel 1881 dal Treves come prefazione all’Orlando Furioso illustrato del Doré, e ristampato poi nel volume La vita italiana nel Cinquecento, edito dallo stesso Treves nel 1893. I saggi sul Tasso che chiudono il volume trattano dei Poemi minori, dell’Aminta e del Torrismondo. Il primo e il terzo furono pubblicati nella Nuova Antologia (fascicolo 1º agosto 1891 e 1º gennaio 1894) e nel volume III delle Opere minori in versi di Torquato Tasso, a cura di A. Solerti (Bologna, Zanichelli, 1895); gli altri su l’Aminta vennero in luce nella Nuova Antologia (fascicoli 1º luglio, 15 agosto e 1º settembre 1894 e 1º gennaio 1895), ed uno di essi, il terzo, anche in fronte al Teatro di Torquato Tasso, a cura di A. Solerti (Bologna, Zanichelli, 1895); e furono poi ristampati tutti con molte e importanti correzioni e giunte nel volume II della Biblioteca critica della letteratura italiana diretta da Francesco Torraca (Firenze, G. C. Sansoni editore, 1896), onde sono stati riprodotti con qualche lieve ritocco.[84]

Lo scritto su la Canzone di Dante, che apre il vol. XVI, è interamente nuovo, e fu, come è detto, pubblicato nel 1904 per le nozze di Luisa Zanichelli, con innanzi questa lettera al padre di lei.

«A Cesare Zanichelli: Extremum hunc, Arethusa, mihi concede laborem. Siami lecito, se non è superbo, ridire il voto del pastore virgiliano nell’ultima egloga, qui su ’l principio di questo che è l’ultimo certo de’ miei lavori danteschi: ultimo, perchè, in quel poco di vivere che mi avanza, raccoglierò forse ancora e compiendo ripasserò quei troppi scritti che nella foga degli anni mi lasciai trasportare a buttar giù, ma pensarne e ordirne de’ nuovi non è più di stagione. Sono oggimai quaranta anni, o Cesare, ch’io col discorso delle Rime di Dante posi il piè fermo nel campo dello scrivere italiano; ed ora stanco ne lo ritraggo con questo saggio su la più nobile canzone di Dante: da lui cominciai, con lui finisco. Quanti pensieri, quante speranze, quanti propositi, quanta parte del nostro piccolo mondo, ci si è incalzata sotto gli occhi, ora rapita nell’alto dalle idee, ora sommersa nelle cure in questo non lungo spazio della vita umana che sono quaranta anni. Speranza e pensiero, e ora dolce proposito di vita, a te la figliuola primogenita tua: con la quale mi è caro a ricordare che nacque e crebbe e fiorì in atto la divisata stampa delle così dette opere mie di letteratura. Crescevano i volumi della stampa, crescevano gli anni della Luisa: quelli già esuberanti del rigoglio giovanile accennano ora a posare e declinare; questi di florida maturità si rallegrano e prosperano. E così duri ella e séguiti fiorendo lunga stagione in compagnia dell’uomo degno, dottore Francesco Mazzoni, a cui tu hai commesso la sua gioventù. E a te in lei e da lei sia dato raccogliere i premi della modesta operosa bene spesa tua vita: dalla quale io come ebbi molte prove di amicizia così ti voglio lasciare un segno di gratitudine in queste carte, che dal soggetto almeno tengono un abito gentile, che te le farà, spero, esser care. — Madesimo su lo Spluga, 14 agosto 1904. — Giosue Carducci.»

Questa lettera è un modello di prosa limpida e schietta, la quale attesta che la mente dell’autore, dopo cinque anni ch’egli era stato còlto dal male, si manteneva lucida e viva, come ne’ tempi migliori, e piegavasi agile ad esprimere tutte le delicatezze dell’affetto e del sentimento. Ma è importante anche per altre ragioni; perchè ci fa fede che il grande scrittore, il quale cominciò l’opera sua letteraria con Dante, con Dante volle finire; e perchè è una nobile testimonianza della amicizia che legò lo scrittore all’editore. In tanti anni non sorse mai l’idea dell’interesse a turbare le loro relazioni; la fiducia dell’uno nell’altro fu sempre reciproca e piena. Mentre tutti si accapigliano per il vile denaro, è uno spettacolo consolante questo di un grande scrittore che alla vigilia di congedarsi dal mondo sente il bisogno di lasciare un segno di gratitudine al suo editore per le molte prove di amicizia avute da lui. Se per opera d’altri avvenne poi qualche cosa di diverso, ciò non tocca il Carducci, la cui anima buona è tutta nella sua lettera.

Il saggio su la Canzone delle tre donne e tutti gli altri scritti raccolti con esso nel volume XVI rappresentano nel complesso la parte maggiore dell’opera letteraria del Carducci nell’ultimo periodo della sua vita. Il periodo comincia splendidamente con quella mirabile sintesi della Storia del risorgimento italiano, ch’è la prefazione alle Letture, scritta nel 1895 e pubblicata nel 1896, nella quale c’è dentro tutta la vita e tutta l’anima del poeta; seguono nel 1898 gli scritti su le poesie del Leopardi, che sono quanto di più luminoso sia stato scritto ad illustrare la terribilità tragica della vita e dell’arte del recanatese; succede, nel 1899 e nel 1900, la prefazione al Muratori, monumento singolare di dottrina, e forse l’occasione più prossima della malattia che turbò gli ultimi anni di vita dell’autore; chiudono il periodo gli scritti su lo svolgimento dell’ode in Italia, del 1902, e su la Canzone di Dante, del 1904. A questi è da aggiungere, per ragione di tempo, lo scritto su l’ode di Giuseppe Parini, La caduta, che fu pubblicato nel fascicolo di marzo 1904 della Nuova Antologia, e che farà parte del vol. XIV delle Opere.

Il Carducci dice nella lettera allo Zanichelli che raccoglierà forse ancora nelle Opere, ripassandoli e correggendoli, quei troppi scritti da lui buttati giù nella foga degli anni: ma «pensarne e ordirne di nuovi, aggiunge, non è più di stagione.» Con i due scritti del 1904 egli sentiva che il tempo della sua produzione letteraria era finito.