Quello della creazione poetica era finito anche prima, nel 1898. Egli lo aveva sentito e significato con lo stornello che chiude il volumetto di Rime e ritmi; scrivendo il quale il poeta doveva essere, come dissi, sotto il peso di un triste presentimento. Prima ancora che il male lo colpisse, una visione interna lo aveva avvertito che la poesia non sarebbe andata più a lui.
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Se gli scritti composti nel 1904 mostrano che l’attività mentale del Carducci resisteva ancora alla infermità del corpo, ciò non vuol dire che nei cinque anni passati l’infermità fosse stata debellata, e nemmeno attenuata. Al contrario. L’attività mentale e la volontà indomabile combattevano una specie di lotta con la infermità. E nella lotta il lavoro del cervello consumava lentissimamente la resistenza delle forze fisiche. Il medico, che vigilava attento le condizioni del malato, dovè accorgersi di ciò, e riuscì a persuaderlo della necessità di liberarsi da una parte del suo lavoro, da quella che più lo preoccupava, cioè le lezioni all’Università. Fu un gran dolore per il Carducci separarsi per sempre dai suoi scolari; ma ne sentì il dovere, e presentò nel dicembre del 1904 al Ministero la domanda di riposo. Era Ministro l’onorevole Orlando, il quale con un disegno di legge, che gli fa onore, propose al Parlamento una pensione annua di Lire 12,000 per il Carducci, quale ricompensa nazionale, come fu data ad Alessandro Manzoni.
Ferdinando Martini, relatore di quel disegno di legge, lo presentò alla Camera con queste parole:
«Onorevoli Colleghi. — Giosue Carducci, cui gli anni e le illustri fatiche affralirono il corpo, se non poterono velare la luce del grande intelletto, abbandona la cattedra, onde per quaranta anni profuse i tesori della dottrina, educò le menti e le coscienze all’austerità degli studi e all’altero amore della patria.
»Il Governo del Re propone che si assegni al Carducci una rendita vitalizia di dodicimila lire e sia così consacrata per opera del Parlamento la riconoscenza del popolo italiano.
»Non osiamo, onorevoli Colleghi, esortarvi a consentire in quella proposta, accolta dagli uffici tutti non pure con favore, ma con plauso: sentiamo che ogni incitamento sarebbe irriverente. La deliberazione del Parlamento assicuri al gran vecchio tranquilli riposi, avvalori l’augurio e la speranza di nuove opere belle; e il glorioso poeta della Italia rigenerata, il forte e fidente vaticinatore de’ suoi alti destini, il benigno invocatore di più liete sorti alle umane genti affaticate ascolti nell’omaggio dell’Assemblea Nazionale la voce ammirata e benedicente delle generazioni lontane. Ferdinando Martini.»
Superfluo dire che la Camera approvò.
Una volta tanto il Parlamento e il Ministero avevano saputo fare cosa degna. Io me ne rallegrai col Carducci; il quale mi rispose: «Chi ce lo avrebbe detto quando nella nostra gioventù eravamo segno alli scherni fiorentineschi? Pure io vorrei tornare a que’ giorni. Eravamo molto più allegri e più confidenti. Io sto così così: ma non posso venire a Roma, come pure desidererei. Ahimè!»
L’omaggio dell’assemblea nazionale, nel quale il Carducci dovè sentire, come ben disse il Martini, la voce ammirata e benedicente delle generazioni lontane, confortò certo il poeta; ma egli sentiva che si andavano spezzando ad uno ad uno i legami onde era attaccato alla vita; e naturalmente preferiva agli omaggi, ch’essa gli recava in questa tarda ora, le battaglie e le tempeste della sua gioventù. Nonostante i suoi crucci e le sue ire, nessuno amò e apprezzò la vita più del Carducci; nessuno ebbe di essa un ideale più alto e più umano. E appunto perchè sentiva la bellezza e la bontà della vita, nessuno aborrì più di lui dal pensiero della morte.