Quando si seppe all’Università che il Carducci si ritirava dall’insegnamento, gli studenti vollero con pensiero affettuoso portargli il loro reverente saluto di commiato. Andarono in commissione alla casa del poeta, il quale, avvisato, li aspettava nel suo studio, e li accolse amorevolmente; li trattenne a lungo; mostrò loro a parte a parte i tesori della sua biblioteca; e quando se ne andarono, li accompagnò fino alle scale, lasciandoli pieni di ammirazione e di entusiasmo.

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Negli anni della malattia il Carducci aveva fatto a Bologna la sua solita vita. La mattina stava in casa a lavorare, assistito dall’amico che gli faceva da segretario, dottore Alberto Bacchi Della Lega; andava tutti i giorni a passare un’ora alla libreria Zanichelli, dove leggeva i giornali, e vedeva qualche intimo, poi tornava a casa; e dopo il pranzo, se il tempo lo permetteva, usciva di nuovo a fare due passi, accompagnato sempre da qualcuno.

L’ultimo di questi anni pieno ancora di operosità fu per il Carducci il 1904. Oltre i lavori per le lezioni e per la edizione delle Opere, dei quali ho parlato, attese a mettere insieme, per consiglio del suo editore Zanichelli, una larga scelta delle sue Prose in un volume, da fare riscontro al volume delle Poesie, e la pubblicò con questa breve prefazione.

«La buona riuscita della stampa di tutte le mie poesie in solo un volume incuorò all’editore il pensiero di tentare la medesima prova con gli scritti miei di prosa: sol che questi e per la quantità e per la qualità non si prestavano a esser raccolti tutti in un volume agevole; e bisognò per amore o per forza venire a una scelta. Nel qual bisogno l’animo mio fu di scegliere quelli soltanto che potessero significare qualche cosa nella storia letteraria o politica, mentre più benigno e più largo procedeva il criterio dell’editore. Nella scelta definitiva mi giovò molto il parere e il giudizio del mio amico Alberto Dallolio, il quale anche, bontà sua, si incaricò di condurre in porto tutta l’edizione. E questa, per la esattezza e la diligenza arguta di cui il già Sindaco di Bologna volle dar prova pure in siffatta materia inferiore della letteratura, è riuscita accuratissima. Io, mosso dall’esempio dell’amore che altri metteva nelle cose mie, diedi qualche ritocco alla lingua e fermai al suo posto la disposizione cronologica delle prose. Le quali così vengono ad affrontare nella nuova veste la pazienza del pubblico. — 25 ottobre 1904.»

Il volume delle Prose ebbe non minor fortuna di quello delle Poesie, e giovò insieme con esso a far conoscere più largamente, al di fuori della cerchia dei puri letterati e degli studiosi, l’ingegno e l’opera del Carducci. La sua fama crebbe in questi ultimi anni meravigliosamente, tanto che il nome di lui diventò popolare. Il giudizio della posterità, che riconosce e consacra gl’immortali, cominciò per lui mentre egli era ancora vivo.

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Dopo il 1901 il Carducci nella estate tornò tutti gli anni a Madesimo, fino al 1905. Ma, mentre negli anni innanzi ci s’era trovato abbastanza bene, nel 1905 vi ebbe dei disturbi, che lo consigliarono a tornare a Bologna prima del tempo stabilito. L’11 agosto era ancora a Madesimo, e mi scrisse di là una lettera, che mi turbò grandemente.

Io gli aveva mandato la mia Vita del Leopardi, non pensando affatto che avesse agio di leggerla, tanto meno di scrivermene. Invece il 12 agosto ricevei una lettera di lui, con la quale mi diceva d’aver letto il libro in due giorni; e soggiungeva: «La seconda parte la lessi in una notte insonne, e finii la mesta lettura la mattina di una bella primavera di maggio;

E la dolcezza ancor dentro mi suona.