»E voglio tornare a leggerla quando il mio spirito si trovi meglio disposto. Ora tanto del fisico come del morale sono proprio affranto: la macchina è forte e potente, ma la malattia ha ripetuto i colpi e sempre li rinnova. Sarà quel che Dio vuole.
»Auguro a te con tutto il cuore miglior condizione di vita che non sia la mia. Ripenso con dolcissimo desiderio a te ed alla nostra gioventù.
»Credevo d’incontrare il mio fine sereno e senza contrasti; ma, ahimè! la fine è e più vuol essere amara per me e quelli che sono parte migliore di me. Ricordami ai tuoi figli e a tua moglie con moltissimo affetto, e tu ancora ricordati del tuo povero ma fedele amico. Dire che nulla mi manca, che gli amici e i buoni han cercato di circondare d’ogni cura la mia vecchiezza. Ma mi sento mancare il meglio. Ahimè!»
Questa lettera mi parve come l’ultimo addio dell’amico.
***
Tornato a Bologna, e rimessosi alquanto dei disturbi avuti a Madesimo, si ricordò d’un suo lavoro che rimaneva ancora incompiuto, il volume della Antica lirica italiana, cominciato già da parecchi anni per la Ditta Sansoni. Turbato da questo ricordo, scrisse a Guido Mazzoni pregandolo di aiutarlo a finire quel lavoro, e di andare a Bologna per prendere accordi sul modo. Il Mazzoni, che villeggiava a Bardalone nell’Appennino pistoiese, avuta la lettera del Carducci, ch’egli dice straziante, andò il 9 settembre a Bologna; e andarono con lui mia figlia Nella e mio figlio Piero, i quali desideravano rivedere e salutare l’amico nostro, che da qualche anno non vedevano più.
Il Carducci, il quale voleva un gran bene a tutti i miei figliuoli, particolarmente alla Nella, fu molto contento di rivedere lei e Piero, e fece loro grandissima festa. Poi parlò col Mazzoni del lavoro pel quale lo aveva chiamato, e del quale gli aveva già parlato e scritto altre volte. Il Mazzoni, sapendo di che cosa trattavasi, non durò gran fatica a indovinare i pensieri e i desiderii del Carducci, anche a traverso le sue smozzicate parole. In breve si intesero; e il Mazzoni, tornato a Firenze, riprese il lavoro rimasto interrotto, lo compì, scrisse una breve prefazione in nome del Carducci, che la approvò nelle bozze e la firmò come sua; e così il volume potè uscir fuori in tempo che il maestro lo vedesse, e potesse consolarsi di averlo, almeno a quel modo, compiuto. L’Antica lirica italiana (Canzonette, canzoni, sonetti dei secoli XIII-XV) è un volume di 490 pagine in 8º a doppia colonna; Firenze, G. C. Sansoni, 1907.
Quando il Mazzoni e i miei figliuoli congedatisi, dopo una non breve e commovente visita, erano già sulle mosse per andarsene, il Carducci, sentendo che il Mazzoni doveva recarsi a Trieste per alcune conferenze, li richiamò indietro per far vedere loro la medaglia che i Triestini coniarono per lui, e si commosse grandemente ai dolci ricordi che il nome di Trieste gli suscitava. E il Mazzoni, andato a Trieste nell’ottobre, commosse a sua volta i Triestini, portando loro il saluto dell’infermo poeta.
Mio figlio mi scrisse poi da Bardatone, informandomi delle condizioni di salute del Carducci, le quali rimanevano sempre gravi e penose. Non camminava più se non sorretto: il parlare gli si era fatto sempre più difficile, e s’inquietava quando non gli riusciva di esprimersi.
Passati alcuni giorni, il Carducci andò per qualche tempo in campagna a Lizzano, nella villa del conte Pasolini Zanelli; ed ivi parve che migliorasse. Dico parve, perchè nel fatto il male era andato lentissimamente proseguendo nella trista opera sua. Rientrò nel novembre a Bologna.