Si era intanto sparsa nei giornali la novella che intorno a lui si stava organizzando, d’intesa col Cardinale Svampa, una congiura di clericali e clericaleggianti, per preparare il poeta di Satana a rientrare nell’ora suprema in grembo alla chiesa. La novella arrivò fino a lui. Ne fu seccato, indignato: e il 30 novembre mandò al giornale Il Secolo questo telegramma: «Agli scrittori del Secolo. Nè preci di cardinali, nè comizi di popolo. Io sono qual fui nel 1867; e tale aspetto immutato e imperturbato la grande ora. Salute. Giosue Carducci.» Io non so se nella novella ci fosse niente di vero: se c’era, bastò questa dichiarazione del poeta a sfatare la congiura.

Oramai il Carducci non usciva più di casa se non in carrozza, accompagnato dal cameriere, che aveva cura della sua persona e non lo abbandonava mai. Si faceva accompagnare quasi ogni giorno fino alla libreria Zanichelli, ma non scendeva di carrozza. Si tratteneva alcuni istanti dinanzi alla libreria prendendo il caffè, mentre Cesare Zanichelli stava allo sportello, o si sedeva nella carrozza accanto a lui. Nel maggio del 1906 andò in campagna a Barbianello, una collina a pochi passi dalla città, poi tornò a Lizzano, e nell’ottobre a Bologna. Il 9 settembre ebbi queste notizie di lui da Ugo Brilli. «Che le debbo dire del Carducci? La sua presente infelicità mi par grande quanto la sua gloria. Non parla quasi affatto più; non può tracciar più nè meno quella specie di ghirigoro che era la sua firma ultima. Lo depongono di peso dal letto su la poltrona, e su la poltrona lo trasportano a braccio — in due uomini — da luogo a luogo. Di su la poltrona lo mettono ne la carrozza: non può andare che di passo, e poichè camminando scivola un po’ in giù di sul sedile, bisogna la carrozza si fermi, scenda il servitore di cassetta, abbassi il mantice, e di dietro tiri su — di qua e di là per le ascelle — per appoggiarlo allo schienale, il povero paziente. Al quale pare si rattrappiscano e rendano a poco a poco inerti anche le dita.

»In viso è un po’ scarno, ma gli occhi pieni di vita, di anima, di risolutezza. È nervoso! villeggia a Barbianello..... In un quartiere accanto al suo villeggia il dott. Boschi, suo medico curante. Mi diceva il Boschi che venerdì passato gittò in terra non so che piatti, e che ci bisognò la pazienza e autorità sua per abbonirlo.....

»Sono qui da dieci giorni, e l’ho veduto due volte. Potrei andar sempre, ma uno ci si trova un po’ confuso. Non è quasi possibile discorrergli, poichè soffre di non poter rispondere.»

Dopo il ritorno a Bologna nell’ottobre, il Carducci cessò di andare alla libreria Zanichelli. La sua vita oramai era finita. Quel po’ che glie ne restava era uno strazio supremo, contro il quale egli talora si ribellava, dando in escandescenze, come quella che fu calmata a Barbianello dal dott. Boschi.

***

Pare un’ironia del destino che fossero serbate al grande uomo le maggiori sodisfazioni, quando egli non era oramai altro che l’ombra di sè stesso.

L’Accademia di Svezia, nel conferimento dei premi Nobel per l’anno 1906, assegnò quello della letteratura al Carducci. Il 10 dicembre ebbe luogo a Stocolma la solenne cerimonia per la consegna dei premi; alla quale il Carducci non potè per le condizioni della sua salute intervenire. Il premio di lui avrebbe dovuto, secondo le regole di prammatica, esser consegnato al rappresentante diplomatico dell’Italia; ma il Re Oscar, per attestare l’ammirazione sua e della Svezia verso il poeta della Nazione italiana, volle, con gentile e nobilissimo pensiero, incaricare il rappresentante del suo paese in Italia, Barone De Bildt, di recarsi a Bologna a consegnare al Carducci stesso il premio da lui vinto. Così nel giorno medesimo in cui si distribuivano a Stocolma nella grande sala dell’Accademia reale di musica i premi Nobel ai vincitori, una più modesta ma non meno interessante e significativa cerimonia, aveva luogo a Bologna nell’umile e glorioso studio del Carducci, dove il Barone De Bildt consegnava al poeta il suo premio.

Alla cerimonia di Stocolma assistevano il Re Oscar, i principi e le principesse reali con il loro seguito, il corpo diplomatico, i ministri svedesi, la famiglia Nobel, i rappresentanti delle Università e degli Istituti superiori della Svezia.

Alla cerimonia di Bologna assistevano la moglie del poeta, le figlie, i generi, i nipoti e il fratello di lui, il Prefetto, il Pro-Sindaco, il Rettore della Università, l’on. Malvezzi, e pochi amici.