Re Oscar aveva mandato al Barone De Bildt questo telegramma: «Vogliate significare a Giosue Carducci le mie più fervide e sincere congratulazioni in occasione del premio che egli ha così ben meritato.»

L’elogio del Carducci fu letto nella cerimonia di Stocolma dal Segretario perpetuo dell’Accademia svedese, dottore Af Vocsen, il quale esaltò il contenuto ideale della poesia carducciana. Nella cerimonia bolognese il Barone De Bildt lesse in italiano un discorso nobile ed alto, che fu ascoltato dal poeta con grande attenzione.

Dopo avere accennato alla cerimonia di Stocolma e all’incarico da lui avuto, disse: «Nell’eseguire questa a me ben grata missione, non intendo tessere nessun panegirico, ben sapendo che la modestissima mia voce nulla può aggiungere alla vostra gloria, e che presso di voi «i pappagalli lusingatori» non sono stati mai i benvenuti. Vengo semplicemente a dirvi perchè vi abbiamo prescelto e perchè crediamo e sappiamo anco in questo nostro giudizio consenzienti quanti nel mondo civile onorano l’arte e l’ingegno.

»Il testamento di Nobel prescrive che il premio di letteratura debba essere conferito a quello fra gli scrittori moderni che abbia compiuto l’opera la più grande e la più bella in senso idealistico, e tutta l’opera vostra, illustre maestro, è improntata al culto dei più alti ideali che sono sulla terra, gli ideali della patria, della libertà e della giustizia. È l’amor di patria che vi ha ispirato fin dalla vostra prima giovinezza; della patria, come l’ha fatta ricca di bellezze la natura; della patria, come la sognarono e la fecero i forti antenati; della patria, come la conquistarono e la riedificarono i vostri contemporanei con le loro battaglie e vittorie, le loro sofferenze e le lotte, i loro martiri e trionfi. È sempre la patria che domina il vostro pensiero, sia che cantiate le gesta gloriose dei suoi eroi delle antiche repubbliche, sia che vi passi davanti agli occhi il dolce sorriso della prima regina d’Italia.

»E quando la patria è l’Italia, non va disgiunto dall’amor di patria l’amor di libertà. Freme nelle vostre Odi, riempie, portato dai virili accenti della vostra lira, il cuore d’un popolo, passa i monti ed i mari, sorge alla vostra invocazione come genio potente all’invito del mago, ed aleggia sopra il mondo battagliero ed invitto. Questa è opera vostra, della vostra anima così romanamente forte, così italianamente gentile.»

Il discorso segue con un accenno agl’ideali di giustizia e di religione, e conclude dicendo:

«La severità morale delle vostre liriche, la candida purezza nella quale sorge il vostro canto verso le alte cime, tutta l’austera semplicità della vostra vita sono pregi elevatissimi, davanti ai quali c’inchiniamo tutti, a qualunque religione e partito noi apparteniamo, sono doni di Dio che, sotto qualunque forma apparisce, è sempre lo stesso, e da cui imploriamo che continui a scendere sul vostro venerando capo la santa benedizione che si chiama amore.»

Alla fine del discorso il Carducci parve che volesse rispondere; ma vinto dalla commozione non potè che ripetere: «Grazie, grazie», mentre stringeva lungamente le mani del Barone De Bildt.

***

Due mesi e sei giorni dopo, la mattina del 16 febbraio, il sole si levava pallido e caliginoso sopra la città di Bologna; illuminava di un bianco acciecante la neve che come lenzuolo funereo avvolgeva tutto intorno la casa del poeta; penetrava con un timido raggio per le imposte socchiuse nella stanza ove egli giaceva; ma il poeta, che tanto amò ed esaltò il sole, che forse sperava di salutarlo ancora una e più volte, non vedeva quel raggio. Intanto i giornali volavano recando per le contrade d’Italia le dolorosa novella: Giosue Carducci è morto;[85] e dai petti degl’Italiani si levava un gemito sordo, affannoso; e un’ombra di lutto si distendeva sopra tutta la penisola, ne valicava i confini.