Il lutto non era lutto di una nazione, era lutto di tutto il mondo civile.
Dopo la morte del gran Re, dopo quella di Garibaldi, dopo la morte del Re buono, nessun’altra sciagura nazionale toccò così profondamente il cuore dell’Italia.
La prima impressione fu di stupore; non pareva possibile che quell’uomo, benchè non più giovine, benchè da alcuni anni malato, dovesse morire. Poi sorse in tutti un imperioso bisogno di far sapere al mondo quanto ciascuno aveva amato e ammirato quel nobile capo. Si ebbe paura di dir poco, si ebbe paura che gli altri dicessero di più; e per non rimanere indietro, si abbandonò il freno alle parole. Può essere che qualcuno non serbasse la misura e la compostezza consigliate e raccomandate dalla solennità del caso e dalla grandezza e semplicità dell’uomo che si voleva onorare; ma le piccole vanità, le piccole preziosità, le piccole teatralità andarono perdute in quel grande scoppio di sentimento forte e sincero, che fu il dolore del popolo italiano. Nella imponente dimostrazione di quel dolore quelle piccolezze rimasero senza significato, quasi inavvertite. Chi andò cercando la retorica in alcuni dei discorsi che dilagarono su pei giornali, fece cosa perfettamente inutile; e fece, senza saperlo, un po’ di retorica anche lui. C’è della buona e brava gente, che senza retorica non sa esprimere i suoi sentimenti benchè sinceri.
L’Italia ufficiale volle fare largamente il dover suo. Ci fu una specie di gara fra il Governo e il Parlamento. Il Presidente del Consiglio propose alla Camera l’erezione di un monumento al Carducci in Roma; l’onorevole Rosadi ed altri deputati proposero la tumulazione dei resti mortali del poeta in Santa Croce. Le proposte furono non solo approvate, acclamate. Ci fu dopo il discorso del Presidente del Consiglio un momento di commozione generale, che fece dire a un giornale: «qualcosa della grande anima del poeta sembra aleggiare per l’aula, dalla quale esula così spesso ogni nobile sentimento d’italianità e d’arte.»
Tenuto conto di quella commozione e dei nobile spettacolo che diede di sè l’assemblea, le deliberazioni di essa furono degne di lode. Ma, detto ciò, è lecito ricordare al Governo e al Parlamento che in Santa Croce c’è un altro grande poeta, che aspetta da più di trentacinque anni la sua tomba. Quel poeta si chiama Ugo Foscolo. Al Carducci però fu risparmiato l’onore, e la mortificazione, di essergli vicino. La famiglia di lui e i Bolognesi hanno voluto ch’egli resti a Bologna.
Quanto al monumento in Roma, si può osservare che altri pure degni non lo hanno, e lo hanno altri men degni. Ma per il Carducci c’è questa circostanza speciale: nessuno ha amato e glorificato la nuova Roma quanto lui. Resta che, passati gli entusiasmi, il monumento non vada in dimenticanza, come la tomba del Foscolo.
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I funerali furono fatti il 19 febbraio; solenni, imponenti. Tutta l’Italia vi era presente, l’Italia ufficiale, ed il popolo: e dal popolo venne la solennità, l’imponenza. Anche questo fu degno: non furono fatti discorsi.
Del corteo funebre Guido Mazzoni scrisse così:
«Non è stato un corteo funebre; è stato il passare per tutta Bologna di un carro trionfale. Passava lento tra due schiere di popolo; piovevano dalle finestre ramoscelli d’alloro e fiori; il sole accompagnava luminoso quel procedere di stendardi, di bandiere, di corone. E dicono che battendo nella lastra di vetro che nell’alto della cassa lasciava mirare il volto del Poeta, dicono che talora lo facesse raggiare.