Modigliana, 15 febbraio 1856.
Franco Donati.
Di Braccio Bracci e degli altri Poeti odiernissimi.
Diceria di G. T. Gargani. Firenze 1856.
Avevamo fatto proposito per certe ragioni di non fiatare di questo libercolo; ma dacchè tutti i giornali lo han giudicato, purtroppo secondo il merito, duramente, non possiamo più rimanerci in silenzio neppur noi: e però, lasciato il solito tenore del Passatempo, che per le medesime ragioni non conviene qui, diremo poche e non beffarde parole, solamente per dolerci del vedere come il signor Gargani poco più che ventenne presuma tanto di sè e ardisca quello che presume e ardisce in esso opuscolo, il quale è di sorte che fa aperto segno non avere il suo autore nemmen una delle mille parti che si richieggono allo scrittore. E di fatto ordine e disposizione veruna vi si cerca invano, saltandosi continuamente di palo in frasca nel più pazzo modo, e proprio placidis coeunt immitia, serpentes avibus geminantur, tigribus agni: non v’è ombra di giudizio letterario, perchè si trovano messi in un mazzo il Manzoni, il Tommaseo, l’Arcangeli, il Giudici, il Cantù, il Prati, il Guerrazzi, Gino Capponi, il Bracci, il Pieri, il Cempini, il Piave, il Bianciardi, il Bonghi, lo Zauli Sajani, il Lorenzini, ed altri; guazzabuglio irriverente e dissennato: non v’è odore di buono stile o di buona lingua, essendoci stranissimo accozzo di svenevolezze moderne con le più squarquoje frasi del Pataffio e del Burchiello, per forma che qui tu leggi il chiacchillare, il ciaramelle sfacciati, la svergognanza, l’immiata, il traricchissimo, la buassaggine, lo gnaffe, l’alle guagnespole con altre simili a barche; ed accanto accanto il francese A meno che per salvochè, l’abitudine per uso, consuetudine; il troppo sventati per istare per troppo sventati da stare: la sensitività delle passioni, la illiberalità dell’argomento, le celebrità per uomini celebri (errore che non basta il Giusti a scusarlo), a tale scrupolosi da, per tanto scrupolosi che: l’anima tutta zucchero e latte con altre infinite; e con l’aggiunta di veri spropositi di grammatica, come dasse per desse, non ammesso da nessun grammatico, nè usato da verun buono scrittore, e il vuo’ usato per voglio, quando dovea dirsi vo’ dacchè vuo’ è abbreviatura di vuoi: i quali errori e altri simili, se possono comportarsi in altrui, non possono tollerarsi in chi fa il maestro a color che sanno. Oltre a questo si vede nel libretto una contradizione flagrante, perchè dove a pag. 8 si beffa il Gelli per avere con parole da galantuomo biasimato le vergognose guerre de’ letterati, e si fa aperta professione di accattabrighe, come ne dà prova il libro medesimo, a pag. 55 si dice che i più scrittori dell’appendice alle Letture di famiglia (fra’ quali il Gargani intende noverar sè e i suoi amici) hanno la vecchia ubbìa di rispettare le opinioni di tutti. Ma vizio capitalissimo e che vince tutti gli altri presi insieme è questo, che il signor Gargani avendo avuto alle mani un argomento eccellente, quello cioè di difendere gli studj classici, non ha saputo raccapezzare una pagina che si regga in gambe, e il fino oro che trattava lo ha tramutato in vil piombo. Per la qual cosa egli ha fatto opera contraria direttamente al fine propostosi, dacchè non pure non farà essa ricredenti i nemici de’ buoni studj classici, ma darà invece loro materia di dire malignamente: «Se tali studj non conducono chi si affatica in essi come il Gargani, ad altro che a scrivere sì grottescamente come ha fatto egli, ed a sragionare come egli ha sragionato, Dio ci guardi da tali studj.» Coloro poi che gli amano sinceramente, e non disamano il signor Gargani, piangeranno del vederli difesi così a rovescio, e dirò anche vituperati; ed egli non potrà fare che non si volgano a lui e non gli dicano: «Vi par egli codesto il modo di difendere cosa sì bella e santa: vi par egli che stia bene a nessuno, ed a voi massimamente, il parlare con ischerno di uomini che, se hanno dottrine diverse da quelle professate da voi, son pure uomini ricchi di sapere e degni di ogni riverenza, e il mettergli alla pari co’ più vili guastamestieri? Immaginatevi per un poco di trovarvi in luogo dove fossero il Manzoni, il Tommaseo, l’Arcangeli (se potesse rivivere), Gino Capponi, e lo stesso Guerrazzi, avreste voi cuore di mantener loro in faccia le beffarde parole che avete scritte in questo mal libro: ovvero sarebbe tanta la vostra confusione che non che fiatare, non ardireste nemmeno levar gli occhi in faccia loro? Mettetevi le mani al petto, e fate senno per un’altra volta.»
E così gli diciamo noi, non per animosità nè per male che gli vogliamo; ma per desiderio di vedere ch’egli faccia ammenda di questo lavoro con altri lavori più assennati, e più degni della umanità delle lettere.
(Dal giornale Il Passatempo, anno I, n. 30, 26 luglio 1856.)
Giunta alla derrata: Ai giornalisti fiorentini
risposta di G. T. Gargani commentata dagli Amici pedanti.
Quando uscì fuori la famosa Diceria di G. T. Gargani, che un po’ fece sbellicar dalle risa per le sue scempiaggini, e un po’ fece stomacare tutti gli uomini di senno per il modo irriverente col quale vi si trattavano letterati grandi e di gran fama, tutti i periodici fiorentini misero degnamente in canzonella esso Gargani ed i suoi amici pedanti. Il solo Passatempo (derogando dal suo proposito, che è quel di celiare) trattò con parole gravi, e più amichevoli che altro, lo spiacevole argomento; sperando che que’ pedanti, quasi tutti giovinetti usciti or ora dalle scuole minori, si movessero al biasimo universale degli uomini di senno e di tutta la stampa, ed usassero meglio per un’altra volta l’ingegno che Dio potesse aver conceduto a qualcuno di essi, dopo averlo più maturamente coltivato. Ma la cosa andò altrimenti, perchè i pedanti invece infellonirono; ed ora hanno fatto un altro libro pieno delle più furenti parole contro coloro che biasimarono il primo, ribadendo tutte le pazze cose in quello già dette, e vituperando nel tempo stesso persone dottissime e venerande: un libro, i cui autori si mostrano crassamente ignoranti di ciò che fin qui è stato scritto nella materia che hanno a mano; e, come se fossero d’un altro mondo, armeggiano fanciullescamente di ciò che altri ha nobilmente combattuto: un miserabile affastellamento insomma di arroganti contumelie e di bizze impotenti, che faranno rider saporitamente coloro che conoscono quegli atleti lilliputtini dai quali esse vengono, se non quanto sarà loro amareggiata l’ilarità dal vedere le lettere italiane così vituperosamente trattate, e venute a tali mani. Ora gli altri giornali faranno ciò che lor piace: io Passatempo per parte mia son fermo di non dare a’ pedanti il gusto di veruna risposta. Solo non posso tenermi dal significare il mio dispiacere vedendo giovani di così poca età avere a vile il biasimo universale, ed entrare nell’arringo delle lettere con le armi vituperose de’ facchini e de’ mercatini. Per ciò che spetta a me, io mi tengo onorato delle costoro villanie, quando esse mi sono comuni con uomini che tutto il mondo onora e riverisce. Rispetto alle questioni letterarie che muovono, intendo di avvertirgli che dove essi credono combatter me, combattono dottrine e proposizioni di autori approvati per solenni maestri, e discutono cose mille volte trattate e ormai giudicate: e dove essi combattono il detto di colui cui si credon ferire con le loro parole, si mostrano ignoranti di ciò che egli medesimo ed altri, di lui assai più valenti, hanno già scritto replicando a quelle stesse obiezioni che essi fanno ora come nuove; per modo che il risponder loro sarebbe un ripetere il già detto e ridetto come essi appunto ripetono a uso pappagallo il già detto e ridetto facendo quelle obiezioni. Dirò altresì che le parole dette ad uno di loro da uno de’ miei scrittori circa a’ verbi Dare e Fare non furon sapute riferire; e che se esso le ripetesse, come è pronto a ripeterle, ma a voce, forse, e senza forse, non saprebbero essi che cosa rispondere. E loro domanderò se credono veramente, col difendere il dasse per desse, il vuo’ per voglio, e simili spropositi, di far sì che gli scrittori italiani gli accettino mediante la loro autorità, e che si abbiano a correggere tutte le grammatiche scritte dal Bembo in qua; e domanderò se per mantenere nel verbo dare la radice da, e mandarlo sopra amare diranno io dai per diedi o detti come amai; dammo per demmo come amammo; daò per dette, come amò; darono per diedero come amarono e simili; e se insegneranno che così si abbia a scrivere. Inquanto poi agli esempi che recano, gl’inviterei a mostrarmi i codici antichi e autorevoli che gli dessero come essi gli danno (avvertendogli per altro, circa all’esempio del Malespini, che l’accurata edizione del Fellini ha desse e non dasse, e che desse e non dasse hanno i codici magliabechiani; sicchè essi commettono anche la mancinata di alterare gli esempi); e in qualunque caso gli assennerei che pochi esempi non fanno forza contro l’uso costante di tutti i secoli o di tutti gli scrittori, nè contro le regole di tutti i maestri: senza che, trattandosi di coniugazione di verbi, non dirò la critica, ma il senso comune insegna che gli esempi spicciolati non fanno forza, ma bisogna poter dire il tale autore CLASSICO usa sempre il verbo DARE a quel modo; perchè se uno scrive per esempio mille volte regolarmente desse, e una o due volto dasse, quell’una o due vuol dire o che senza accorgersene l’ha scritte, o che è errore di stampa, o che c’è qualche altra cagione da non valutarsi nulla. E se mi venissero fuori con l’uso del popolo, loro direi che il popolo usa per esempio stiedi, stiedemo, ebbimo e altre simili voci spropositate, le quali potrà venire in mente a qualcuno di difendere per via d’analogia, ma a nessuno, se non pazzo, di scriverle egli o di insegnarle a scrivere altrui. Circa alla voce abitudine, cui essi difendono a quel mo’ a pappacecio con esempio del Botta, potrei insegnar loro che ne dice il Botta stesso in una lettera al Robiola, dove questi gli riprendeva tal voce e altre simili non buone usate da lui, della qual riprensione il Botta stesso si dichiara degno, e condanna per conseguenza e l’abitudine ed altri errori da lui usati. E in ogni caso dovean sapere ciò che della voce abitudine e dell’autorità del Botta che la usa, e dell’Accademia che la registra scrive il Gherardini, della cui autorità essi altrove si fanno forti, e che non è certo uomo sospetto, e lui in qualunque caso riprendere e non me. Ma che vale ragionar con gente che per provare che s’ha a dir dassi argomentano che facendosi l’imperfetto del congiuntivo col cambiamento in ssi dello sti del perfetto dell’indicativo, da dasti vien dassi e non dessi, mostrandosi ignoranti di tutto ciò che sanno i ragazzi delle scuole minori, che dasti cioè è lo stesso idiotismo che dassi, e che dee dirsi desti, così per l’intrinseca ragione del verbo dare, come per insegnamento non del solo Mastrofini da essi citato, ma di tutti i maestri e di tutti gli scrittori da che lingua è lingua.
Ma adagio adagio darei a queste parole aria di risposta, e così la darei vinta a’ pedanti, dal che Dio mi guardi. La risposta se la daranno da sè medesimi se mai avviene che mettan giudizio, la qual cosa per altro è assai dubbia.
(Dal giornale Il Passatempo, anno I, n. 46, 29 novembre 1856.)