Il Targioni e il Micciarelli avevano preso una solenne cantonata. Non c’era nessuna ragione di supporre non sincera la dichiarazione dello Zini. Ad ogni modo c’era un fatto che tagliava, come si suol dire, la testa al toro. In un articolo, Miscellanei, ch’era sotto altro nome una rassegna bibliografica, pubblicato nel fascicolo di giugno della Rivista contemporanea, lo Zini stesso parlava in modo alquanto diverso delle Rime del Carducci, il cui volumetto, diceva, eragli stato dato da un illustre scrittore, che lo aveva postillato di sua mano. L’illustre scrittore non era, si capisce dalle parole dello Zini, altri che il Guerrazzi. Le parole dello Zini, sotto forma di dialogo, erano queste:
— Insomma che dirai di queste poesie? — insistette l’inquisitore.
— Nulla probabilmente, e domanderò scusa agli autori e all’uditorio. Delle Rime del Carducci aveva quasi sacramento di parlare, e già lo promisi nella passata dispensa, quando, senza che io ne sapessi, altri ne parlò distesamente e con molto miglior garbo di quello che io avrei potuto. Io le aveva qui, e postillate al lapis per mano di tale che può ben sedere pro tribunali.... Già sapete di chi intendo parlare. E poi vedete a chi donava l’autore questo volumetto.
— Lasciami vedere.... Oh! ben credo che gli s’abbia a far riverenza. Ma vediamo le postille. Questi tratti muti probabilmente significheranno che si poteva far meglio.... Oh! Ecco qui una postilla al sonetto a Enrico Nencioni: bei versi ma di poco concetto! Più oltre, a Giuseppe Parini: bei versi e concetto degno e santo! Sonetto al conte Terenzio Mamiani Della Rovere, ve’ la postilla alla prima quartina: non capisco niente, e neanch’io in verità. Qui nel primo canto a Targioni-Tozzetti: ah! c’è un’invocazione del poeta alle muse perchè lo aiutino a cantar di Grecia e del Lazio; leggiamo la postilla: non latino nè greco: codesti spiriti cessarono: canta, o giovine, le cose odierne, e t’invada lo spirito dei tuoi tempi. Il maestro pedante non abbia il vanto di avere spenta in te la sacra fiamma.
— Ah! qui il genio provato dall’esperienza, nel saggio di canto alle muse, dove Omero è raffigurato pari al re de’ numi, seduto nel foro e cinto da una corona di popolo riverente, scintillante il cielo, sorridenti gli Dei, soffia sulle giovanili illusioni del genio anco imberbe: cantava a’ pentolai per una pentola; e udito il canto lo giuntavano poi! Stupenda e a proposito. E qui in fondo? Esercitazioni giovanili; ci si sente il Foscolo; e’ pare Achille che fanciullo apprenda da Chirone!
— Già il dissi nella precedente rassegna. Eh! se le poesie mi venissero così annotate, e da mano così autorevole, ben mi rischierei a intrattenerne i lettori, vincendo la mia natural repugnanza!
L’autore della recensione, fra i vari pezzi delle poesie da lui citati, riportava intero, senza nessuna osservazione, il sonetto Al Mamiani: basterebbe questo a dimostrare ch’e’ non poteva essere lo Zini, il quale dichiarava di non capire la prima quartina di quel sonetto. Chi fosse, sarebbe difficile dire oggi; ma volendo cercarlo fra i collaboratori della Rivista, ci potremmo fermare, con qualche probabilità di coglier nel vero, al nome di Felice Daneo, che nel fascicolo di aprile pubblicò un lungo articolo sulle poesie del Mamiani. Chi sa che il Mamiani, il quale conosceva il Daneo ed aveva già concepito molta stima del giovane Carducci, non gli avesse dato lui a leggere le Rime!
Comunque sia di ciò, una cosa importa notare, che gli amici pedanti non erano soli in Italia a riconoscere l’ingegno dell’amico loro.
Ed ecco ora i documenti.