Critica di Pietro Fanfani alle Rime del Carducci.

«Dopo quelle di Niccolini e di Mamiani questa è la migliore poesia che ai giorni nostri sia uscita in Italia.» E. M. (Lente del dì 4 agosto 1857.)

Quando uscì fuori il Gargani con quella famosa su’ Diceria (badate bene di non legger sudiceria) nella quale si davano frustate senza misericordia a tutti gli odierni poeti, e quando gli amici pedanti applaudirono a quel lavoro del loro collega, e lo difesero poi e lo ampliarono con la non meno famosa Giunta alla derrata, ci immaginammo che quando venisse fuori qualche loro lavoro poetico, avremmo sentito cose di cielo, miracoli di arte e d’ingegno, e da far parere tanti barbagianni poeti grandi e piccini stati sin qui. Pensate poi cosa credemmo dovessero essere queste Rime di Giosue, il quale è l’Achille di quel valoroso esercito degli amici pedanti, e con quanta avidità lo cominciammo a leggere.

Ma appena cominciato ci cascò il pan di mano, e strascinatici in fondo a mala fatica, dovemmo conchiudere che questo libricciuolo non è altro che una Raccolta di poesiucole di più tra le tante che se ne vede uscir fuori a questi giorni.

Imitazione servile e affettata de’ poeti antichi; soverchio abuso di modi e figure di poeti latini e greci volute scodellar pari pari nella poesia italiana; noiosa e continua introduzione di versi interi d’altri poeti; noiosissimo e scolarescamente puerile rinfrancescare di patronimici e di parole composte alla greca; sconfinata presunzione che fa parlar l’autore come se fosse poeta veramente, e poeta già noto, già vecchio, già sommo; il solito rampognare il secolo vile, l’altrui ignavia, le altrui scapestrataggini, cosa disdicevole a un giovine di 21 anno e che non fa professione di anacoreta: oscurità in molte composizioni, e costrutti stortissimi.

Il poeta Giosue ha intitolato delle poesie a tutti gli amici pedanti, credendo buonamente di mandarli alla posterità, ed essi che forse crederanno di andarci per questa via, gliene renderanno merito facendo un articolo per uno su pei vari giornali, in lode del loro immortalatore, e così «dilectus noster nobis et nos illi»; e già l’abbiamo cominciato a vedere nella Lente del 4 agosto. Ha poi intitolato e sonetti e canzoni a uomini grandi viventi per averne grazie e parole benigne. Ma tali argomenti che valgono? Se le poesie son veramente quali le tiene l’autore e gli amici pedanti, cioè tali che niun altro a questi giorni possa volar tant’alto, anche senza tali ammennicoli il nome del Carducci sonerà chiaro tra breve quanto quello del Leopardi, e le cose sue saranno comprate a peso d’oro dagli editori; se poi sono quali le teniamo noi, cioè tali che non escono dal modo comune e mezzano, nè con questi ammennicoli, nè col doppio più, il nome del Carducci non sonerà più chiaro di quello dei Bracci, dei Pieri, dei Pierini, e degli altri mille scrittori di poesie che a questi giorni ci nascono come funghi.

Questo noi crediamo, se non quanto il Carducci sembraci nutrito di migliori studi degli altri poetucoli e crediamo che, formato il giudizio e temperato il bollor giovanile, possa fare qualche cosa di buono. Facciamo intanto vedere alcune delle stranezze di questo giovane poeta.

Pag. 1. — Se il fato assente affettuoso alcun voto mortale. Che vuol dire?

Pag. 2. — Il disio che per donna m’incende ci pare sgarbata maniera per significare l’amore: e non sappiamo che cosa voglia dire che l’altra (larva) traggemi in parte ov’io spiro a’ fantasmi e pur gravami il vero.

Pag. 3. — L’altera giovinetta bella è un verso fatto di zeppe; è un modo mal preso dagli antichi, e affettatissimo il dire che Beltade addimostra una donna per propria angiolella.