Mal potrei significarle a parole gli affetti che in me suscitò l’ultima lettera di che Ella volle onorarmi: tengo miglior partito il tacere, sicuro che lo spirito gentile di Terenzio Mamiani, che di tanta generosità è capace, intenda meglio che qualunque profusione di parole, il mio silenzio.
Maturata la generosa proposizione dell’E. V., credo che a me, il quale devo provvedere al sostentamento d’una famiglia, non sarebbe per gl’interessi domestici utilissimo il trasferirmi in Piemonte o in Lombardia, dov’è più caro il vivere che non nella nostra Toscana: tanto più che l’officio affidatomi dal Governo provinciale è, secondo l’ultima legge, remunerato di tale stipendio che può bastare a chi si contenti del poco. Ma quando l’E. V. mi reputi idoneo a professare eloquenza o letteratura italiana in alcuna Università del Regno, e le si offra il destro di collocarmivi; io son disposto di accettare, sia nelle vecchie o nelle nuove provincie, con tutta la volontà e con gratitudine eterna, tanto di me proprio quanto della mia famiglia, verso l’uomo illustre che oramai riguardo come mio benefattore.
Accetti, illustre signor conte, i miei vivissimi ringraziamenti a’ suoi saggi consigli, de’ quali faccio tesoro, e l’espressione della mia venerazione e, se me lo permette, dell’amor mio: e dove, così piccolo come sono, potessi servirla, mi tenga per cosa tutta sua.
Ossequiosissimo e obbligatissimo
Giosue Carducci.
Illustre e venerato Signore,
Pistoia, 11 agosto 1860.
Le condizioni della mia famiglia non mi permisero, quel che io pur desideravo, accettare l’onorevole offerta che la S. V. si compiacque farmi nel marzo decorso. Ora mi si presenta occasione, in che il valido patrocinio di Lei può volgere in meglio le mie sorti: ed io, tutto fidente nella benevolenza da Lei tanto benignamente dimostratami, non mi risto dall’invocarlo.
Vaca nel Liceo di Firenze, per morte del prof. titolare di corto avvenuta, l’insegnamento della lingua e letteratura greca: a me, e per gli studi e per gli interessi miei, sarebbe utile tornarmene in quella città, dove anche ho congiunti ed amici, e dallo attendere a curare alcune edizioni ricevo aiuti a sostener la famiglia; dove in fine ho tutto che fa cara la vita e in che può meno inutilmente spendere la gioventù chi non potè darla fra le armi alla patria. Per che ho fatto dimanda al Direttore della Istruzione pubblica, che voglia trasferirmi a quell’insegnamento: nè sarebbe gran promozione, fra lo stipendio che ricevo ora e quello che è annesso alla cattedra vacante correndo divario di sole 200 lire italiane. Quando Ella volesse scrivere in mio favore al Governatore generale della Toscana o al Direttore dell’Istruzione pubblica, o tenere altro modo che più le paresse opportuno, son certo che quei signori inchinerebbero facilmente all’autorità di Lei e seconderebbero i suoi consigli, e in me ne crescerebbe, se fosse possibile, gratitudine ed amore al conte Mamiani.
Anche, veda e perdoni la confidenza originata in me dalla sua cortesia, anche oso raccomandarle un amico mio, giovine di ottimi studi, Giulio Cavaciocchi. Questi, impiegato nel Ministero della Guerra, domanderebbe esser trasferito al Ministero della Istruzione pubblica, in officio consimile a quel che tiene ora: e credo in verità che i suoi studii e la educazione e l’indole lo facciano più acconcio ad essere impiegato nel Ministero della Istruzione che non in quello della Guerra. Egli avrà fatto o farà pratiche a ciò, o in Torino dove dee in breve trasferirsi, o in Firenze. Quando la S. V. Ill. ma volesse adoperarsi a pro di lui, e consolerebbe me del sapere adempiti i voti dell’amico, e l’amico mio si reputerebbe a ventura il poter esser grato a un uomo il quale da lungo tempo egli venera.
Dalla cortesia della S. V. spero perdono alla mia soverchia confidenza, e godo nel confermarmi novamente con affettuosa riverenza