Il Carducci alla fine d’ottobre tornò a Bologna, e il Risi indi a poco andò a Siena, dove era stato trasferito come professore di Liceo. Tornato a Bologna, il Carducci si mise tutto negli studi. Come dai grandi materiali danteschi raccolti per le lezioni degli anni innanzi aveva tratto fuori nel 1865 il discorso su le Rime di Dante, così nell’anno di poi mise insieme di su i materiali stessi i tre discorsi Della varia fortuna di Dante, che videro la luce nella Nuova Antologia dell’ottobre 1866 e marzo e maggio 1867.

Negli studi cercava una diversione agli incresciosi pensieri delle vicende politiche. Aspromonte gli aveva lasciato nell’animo una grande amarezza; la convenzione del settembre 1864 e il trasferimento della capitale a Firenze erano sembrati a lui, come a molti, una tacita rinunzia a Roma. Ebbe un barlume di speranza nella primavera del 1866, quando l’alleanza con la Prussia e la guerra offrivano all’Italia l’occasione di affermarsi e compiere la sua unità: invece avemmo Custoza e Lissa, e l’umiliante regalo di Venezia, in premio dell’avere arrestato Garibaldi alle porte di Trento. Una dura fatalità pareva incombere sull’Italia. Il giugno 1867 il Carducci mi scriveva: «Pur troppo le cose vanno male e di che modo! Vorrei raccogliermi solamente negli studi e non pensar più a nulla, ma l’animo non me lo permette. Mi sfogo di quando in quando a far sonetti.» Ne aveva pubblicati tre nella Rivista Bolognese, un quarto, Al Petrarca, me lo mandava due giorni dopo manoscritto insieme all’ode Per la rivoluzione di Grecia.

A queste poesie tenne dietro l’ode Agli amici della Val Tiberina.

Nell’agosto del 1867 il Carducci, accettando l’invito della famiglia Corazzini, andò a passare qualche giorno alla Pieve San Stefano, col proposito di visitare le sorgenti del Tevere. Nella vita sana e patriarcale della campagna, in mezzo a gente di cuore e alla buona, egli si sentiva rifatto, e ritrovava il suo buon umore. Il 15 agosto, invitandomi a raggiungerlo, mi scrisse una lettera piena d’allegria e di facezie, a cominciare dalla data: «giorno dell’Assunzione di Maria Vergine [treno diretto per il Paradiso].» Ma il pensiero degli avvenimenti politici non lo abbandonava neppur là. C’era tra i fratelli Corazzini quell’Odoardo che pochi mesi dopo morì delle ferite ricevute a Mentana. Naturale che in quei lieti ragionari si parlasse del desiderio e del bisogno di vendicare la patria delle umiliazioni patite. Da quei discorsi e dalla visita alle sorgenti del sacro fiume nacque la poesia Agli amici della Pieve, che è veramente il primo epodo, ed è una specie di fanfara, annunziante la spedizione di Garibaldi su Roma.

Ahimè, se il governo, che aveva organizzato le sconfitte di Custoza e di Lissa, era caduto sotto la generale riprovazione, quello che gli successe era pure il governo che aveva dato all’Italia Aspromonte.

E le preparò Mentana.

Tornato a Bologna tutto pieno dell’entusiasmo che gli aveva dettato l’ode, la quale fu subito stampata a Pistoia (Società tipografica pistoiese, Carducci, Bongiovanni e C., XXV agosto MDCCCLXVII), il Carducci si mise all’opera con gli altri membri di un comitato dell’Associazione democratica per promuovere ed aiutare la spedizione garibaldina nell’Agro Romano.

Inutile dire di che sdegno e dolore fu preso quando, dopo l’annunzio dell’assassinio dei fratelli Cairoli a Villagloria e della vittoria di Garibaldi a Monterotondo, seppe sbaragliati i garibaldini a Mentana dagli chassepots francesi, Garibaldi arrestato e tradotto nella fortezza del Varignano. Chi poteva non coprirsi la faccia per la vergogna di chiamarsi italiano? Più che il dolore, sfogò la feroce ira sua nelle terribili strofe Meminisse horret, scritte nei primi giorni di novembre a Firenze. Indi a poco ebbe a Bologna la notizia della morte di Odoardo Corazzini, e gli ruppe dal cuore il famoso epodo, che commosse tutti e che ai pochi intelligenti di poesia, ai quali la politica non annebbiava l’intelletto, parve una cosa veramente nuova e meravigliosa.

L’epodo fu pubblicato nel giornale democratico di Bologna L’Amico del Popolo del 19 e 20 gennaio 1868, e fattane subito una edizione a parte in opuscoletto (Bologna, Tipografia degli Agrofili italiani). Fu ristampato a Pistoia, riprodotto intero dal giornale La Riforma, e in parte da un giornale di Palermo.

Una lettera del Carducci del 30 marzo 1869 mi diceva: «Eccoti una ballata di Goethe, tradotta il sabato santo nello stesso metro e nello stesso numero di versi».