Da qualche tempo s’era dato sul serio allo studio della lingua tedesca, cominciato un po’ alla stracca col Teza fino dal 1862, e poi lasciato andare. Ora lo aveva ripreso con l’aiuto d’un maestro, e con grande passione, tanto che presto era riuscito a padroneggiare i poeti più difficili; il Klopstock, il Goethe, lo Schiller, l’Uhland, l’Hölderlin, il Platen, il Heine; i quali tutti, ma non tutti, s’intende, nello stesso grado, egli ammirava e prediligeva. Da alcuni di essi, specie dallo Schiller, tradusse molto, per suo esercizio, in prosa letterale; poi dal Heine e da qualche altro venne in vario tempo traducendo in versi alcune liriche, con felicità straordinaria.

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Nel novembre 1867 un decreto governativo trasferiva il Carducci dalla cattedra d’italiano dell’Università bolognese a quella di latino dell’Università di Napoli. Il Carducci non accettò il trasferimento, e il Ministro dovè revocarlo.[42] Qualche mese appresso un altro decreto lo sospendeva dall’insegnamento e dallo stipendio e lo deferiva al Consiglio Superiore sotto l’accusa di sentimenti ed atti demagogici e sovversivi, fra i quali la firma di un indirizzo al Mazzini ove si facevano voti per un nuovo e migliore ordine di cose.

Imperava allora il Menabrea, che aveva mandato i soldati italiani a far da comparsa alla tragedia di Mentana, e che aveva colleghi nel Ministero il Gualterio, il Cantelli, ed il Broglio all’istruzione.

Il Carducci, per quanto disgustato, non si commosse affatto della sospensione: mandò la sua difesa al Consiglio Superiore, ben sapendo che le sue ragioni non avrebbero contato niente.[43] Il 21 maggio 1868 mi scriveva: «Io, amico mio, sto bene: lavoro al mio comento sul Petrarca: riveggo le stampe d’un libretto di Poeti erotici del secolo XVIII per il Barbèra; gli preparo un altro libretto di poeti lirici dello stesso secolo; scrivo una vita del Savioli erudita e critica per la Deputazione di Storia patria; correggo per la lingua un informe manoscritto d’un generale; fo lezione di storia a tre ufficiali. Rade volte in vita mia son vissuto così quieto e sereno: aggiungi che mi riman tempo per leggere; e leggo assai di Giovenale e delle Georgiche. Vivo quieto e sereno; se bene qualche fiato dell’umana viltà che mi giunge si provi a volermi commovere.»

Proprio in questo tempo aveva finito di correggere le ultime bozze delle poesie Levia Gravia, che furono pubblicate il 1º di giugno dalla Tipografia Niccolai e Quarteroni di Pistoia. Era la prima raccolta di poesie che mandava fuori dopo il volumetto sanminiatese del 1857; ed era molto diversa da tutte quelle che negli anni innanzi aveva avuto in animo di fare. Comprendeva, in quattro libri, cinquanta sonetti e ventiquattro fra odi e canzoni; la metà circa riprodotte dal volumetto di San Miniato, l’altra metà nuove; nessuna d’argomento politico.

Il libro di cui furono stampati soltanto trecento esemplari, a spese dell’autore, ebbe pochissima diffusione: si può dire che fuori di qualche amico e di qualche raro intelligente e amatore d’arte, ben pochi ne compresero il valore.

Il Carducci aveva escluso deliberatamente dal suo volume tutte le poesie politiche; ma gli avvenimenti pubblici erano stati e seguitavano ad essere così gravi e dolorosi, che l’imagine loro assediava e agitava continua l’animo del poeta. Era una specie di ossessione che essi esercitavano sullo spirito di lui. Dopo Mentana, per tacer d’altro, l’uccisione di Monti e Tognetti, e più tardi l’entrata a Roma, che doveva essere un fatto glorioso, e fu una nuova vergogna. Come tacere, come non protestare contro la viltà degli uomini che rappresentavano l’Italia ufficiale? Quasi strappato a forza agli studi d’erudizione e di critica nei quali cercava la pace, il poeta pigliava per un istante la penna e scriveva: nel novembre del 1868 l’epodo per Monti e Tognetti, che fu subito pubblicato nel n. 339 del giornale La Riforma, e riprodotto in opuscolo (dalla Tipografia Niccolai e Quarteroni di Pistoia), da vendersi a favore delle famiglie dei decapitati; fra il 1868 e il ’69 i tre sonetti Ehu pudor!; nel gennaio del 1870 l’epodo In morte di Giovanni Cairoli, che fu pure pubblicato nella Riforma (n. 45, 14 febbraio 1870); e nel giugno, calmatosi un po’, quello Per le nozze di Cesare Parenzo, nel quale al rabbioso impeto archilocheo degli altri epodi succedevano più miti armonie.

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All’epodo per Monti e Tognetti, che il Carducci mi aveva mandato manoscritto, io aveva fatto alcune osservazioni, alle quali egli rispose cercando persuadermi che avevo torto; nonostante conchiudeva: «Piglia tutto ciò per una esplicazione di teorica, non per una difesa: vedi se ragionandovi sopra, ti puoi accostare a me; o, altramente, significa pure le tue idee di nuovo e quelle che ti possono sopravvenire. Perchè avrei caro che tu persuadessi me; allora in un altro epodo (oramai sono il poeta degli epodi) mi atterrei alla tua teorica.» Io avevo biasimata come non rispondente al vero, nella prima parte dell’epodo, la rappresentazione del pontefice, che cinicamente si frega le mani pensando alla scure che taglierà le teste dei due condannati, e ci scherza sopra con un linguaggio sarcastico che mi parve ributtante. Le risposte del Carducci lì per lì mi persuasero, ma confesso che non riuscirono a farmi piacere interamente quella parte della poesia.