Era questo il primo periodo dei Giambi ed Epodi, e terminava con esso il decimo anno della dimora del Carducci a Bologna. In quei dieci anni l’ingegno suo si era completamente svolto e affermato: non gli restava che perfezionarsi e ascendere securamente al sommo dell’arte.

Intanto il Barbèra, il quale voleva bene al Carducci e sentiva la potenza dell’ingegno di lui, ma era ben lontano dal parteciparne le opinioni, e sapeva come editore fare gli affari suoi, gli offrì di stampare in un volume tutte le sue poesie, comprese le ultime; ed il Carducci accettò, e dentro l’anno approntò il volume, che uscì nel febbraio 1871; diviso in tre parti: Decennali (1860-1870), Levia Gravia (1857-1870), Juvenilia (1850-1857). I Decennali comprendevano tutte le poesie d’argomento politico, a cominciare dall’ode Sicilia e la Rivoluzione, escluse le precedenti, che l’editore voleva e l’autore non volle ristampare; i Levia Gravia e Juvenilia riproducevano, con qualche cosa di più, e una diversa partizione, il volume pistoiese del 1868.

Nello stesso anno 1870 io proposi al Carducci di stampare dal Vigo un volume di studi letterari: sulle prime disse di no, e offrì invece di fare una raccolta di rime antiche (Le caccie del secolo XIV), per le quali aveva già pronto molto materiale, e la Vita Nuova di Dante con tutte le rime che appartengono alla serie di essa, e con illustrazioni scelte di altri, italiani e stranieri, e sue nuove. Alla mia insistenza che l’una cosa non escludeva l’altra, si arrese, ma di mala voglia, e il 23 dicembre mi scriveva: «L’anno venturo volevo consacrarlo intero al mio Petrarca e al mio Dante: perchè frastornarmene? Sono annoiato e infastidito del ristampare le mie poesie: perchè ricondannarmi, povero asino, a portarmi dietro il concime e il letame della mia propria stalla rivedendo le bruttissime prose? Lasciami svoltolarmi nella grande erba verde del Petrarca, lasciami andar lento lento, asino filosofo e critico, nella gran selva di Dante. Che importa a me di tutto il mondo vivo? Voglio dimenticarlo.... Molto meglio di tutto sarebbe che il Vigo si stesse contento per ora a far le Caccie. Oh il bellissimo librettino che vogliam fare!... Altra cosa che mi arride è la Vita Nuova con tutti i suoi commenti e le poesie che si riferiscono a cotesto ciclo della Vita di Dante, e forse anche in un altro volumetto le poesie della Scuola di parte bianca, Cavalcanti, Cino, Frescobaldi, ec. Sentirai la storia della Vita Nuova e del pensiero interiore di Dante, sentirai e dirai, bravo! Ci lavoro ora all’Università: scrivo ora tutto il commento. Scriverò le lezioni. Un altr’anno faremo un bel volume.» Tuttavia consentì a stampare un volume di prose sue, a condizione che il Vigo non avesse fretta, e gli lasciasse agio a finire e correggere alcuni scritti che dovevano entrare nel volume. Nell’agosto dell’anno venturo venne per una quindicina di giorni a Livorno, e fu conclusa definitivamente la pubblicazione del volume degli Studi letterari, che tardò ancora tre anni a venir fuori.

CAPITOLO VI. (1870-1878.)

Morte della madre e del figlio Dante. — «Sono io l’ortolano delle monache?» — Le Nuove Poesie. — Critiche dello Zendrini e del Guerzoni, e risposte del Carducci in Critica e Arte. — La libreria Zanichelli. — Seconda edizione delle Nuove Poesie. — Discorso sulle poesie latine dell’Ariosto. — Primi tentativi d’imitazione dei metri antichi greci e latini. — Studi letterari editi dal Vigo. — Bozzetti critici e discorsi letterari, idem. — Saggio di un testo e commento delle Rime del Petrarca. — Prime Odi barbare. — Altre poesie in rima. — Candidatura alla Deputazione del Collegio di Lugo. — Nomina, ed esclusione per il sorteggio. — Giudizio del Carducci sul Parlamento. — Visita a Francesco Donati a Serravezza. — I Postuma di Olindo Guerrini. — Accoglienza dei critici italiani alle Odi barbare. — Il Carducci a Perugia e il Canto dell’amore. — L’ode Alla Regina d’Italia. — Eterno femminino regale. — L’ode per Eugenio Napoleone.

La vita del Carducci a Bologna nei primi dieci anni corse fin quasi all’ultimo serena e tranquilla, se non quanto la turbarono gli avvenimenti politici. Dopo il primo anno, benchè seguitasse a fare vita molto ritirata, cominciò a stringere relazione con qualche altro collega della Università, oltre il Teza. Si compiacque molto della grande benevolenza che gli mostrò fra i primi l’archeologo Francesco Rocchi, decano della facoltà di filologia, già discepolo di Bartolomeo Borghesi ed amico di Vincenzo Monti; e fece presto la conoscenza di G. Battista Gandino, di Pietro Ellero e di Enrico Panzacchi. Qualche anno più tardi prese dimestichezza coi professori Giuseppe Ceneri, Quirico Filopanti, Costanzo Giani e Pietro Piazza, verso i quali, oltre la stima personale, lo attirava la conformità delle opinioni politiche. Il Ceneri e il Piazza ebbero nel 1868 comune con lui l’onore della sospensione dalla cattedra: il Filopanti, quando l’8 dicembre 1869 il giornale democratico di Bologna, Il Popolo, ristampò l’Inno a Satana, condannò, con una lettera al Carducci, pubblicata il giorno dipoi nel giornale stesso, quella poesia chiamandola un’orgia intellettuale. Da qui le Polemiche sataniche, cioè la risposta del Carducci al Filopanti nel numero 10 dicembre del Popolo, e la risposta Al critico del Diritto nei numeri 27 e 28 dicembre dello stesso giornale.

Ma l’anno 1870 fu triste al Carducci. Tre anni innanzi, il 21 giugno 1867, la sua casa era stata rallegrata dalla nascita di un figlio maschio, al quale fu compare il Teza, che oltre il nome di Dante, scelto dal padre, gl’impose quelli di Bruto e di Augusto. Il fanciullo cresceva vegeto, robusto, intelligente, che pareva per l’età sua un miracolo. «Ed era, scrivevami il padre, buono e forte e amoroso, come pochi. E diceva — Salute, o Satana, o ribellione — con tutta la sua gran voce, picchiando la sua manina su la tavola o il piede in terra.»

In quel triste anno morì ai primi di febbraio la madre del poeta; e il 9 di novembre gli morì quell’amore di bambino, intorno al quale egli aveva avviticchiate tutte le sue gioie, tutte le sue speranze, tutto il suo avvenire.

Io conobbi, come ho già detto, la madre del Carducci nei primi anni della mia amicizia con lui, e sapevo la vita di sagrifizio e di abnegazione che essa aveva condotta; avevo visto cogli occhi miei propri com’ella fosse una di quelle donne rare che sotto modeste apparenze nascondono un’anima eroica. E provai gran piacere quando qualche anno appresso, nella mia prima visita al Carducci a Bologna, la rividi; rividi quella faccia, non bella, ma espressiva di una gran forza d’animo e di una grande bontà, la rividi illuminata da una luce di contentezza, che pareva aver cancellato ogni traccia dei passati dolori. Come godeva essa quando il figliuol suo accarezzandola con gli occhi, che raramente sorridevano, le diceva scherzando: «Mamma, sei contenta d’avere un figliuolo bravo come me?»

Il piccolo salotto da pranzo, dove noi tre eravamo seduti, era molto umilmente arredato; il muro imbiancato di calce, senza un cencio di tappezzeria o uno sgorbio di pittura; poche sedie impagliate, una tavola e un armadio di legno grezzo, ecco tutto. Ma oh come, ora, ripensandoci, mi pare che quell’umile salotto fosse bello, grande e pieno di gloria! E come mi paiono al confronto brutte e meschine le stanze con tanta pretensione d’arte addobbate dai nuovi minuscoli ammiratori del grande Leonardo!