«Non le nascondo che pendei lungamente incerto (e quindi anche la tardata risposta) fra l’accettare o no l’onorifica offerta. Me ne sconsigliavano il pensiero di dovere intermettere, anche per poco, quelli studi che furono e sono l’occupazione e il conforto della mia vita, e più ancora la conoscenza, che io ho prima di ogni altro e pienissima, della mia scarsezza e inesperienza dinanzi all’alto officio. Ma per contro ripensai, o, meglio, qualche amico mi fece ripensare: che, dopo aver sostenuto, come io feci sempre, l’utilità e il dovere per la parte democratica di entrare nelle elezioni e nella rappresentanza nazionale, ritrarmi ora io personalmente dal pericolo della prova, sarebbe un disertare dinanzi alla battaglia, dopo aver gridato agli altri avanti avanti....
»E però accetto. Accetto non foss’altro pel rischio della battaglia.»[45]
Il 19 novembre, dopo avvenuta l’elezione, il Carducci, in un banchetto offertogli dagli elettori, fece il suo discorso, diremo così, politico, dichiarandosi poeta e repubblicano e sostenendo che la poesia, come la intendeva e faceva lui, non è tal colpa per cui un uomo abbia a soffrire la diminuzione civile. Quel discorso, splendido di concetti e di forma, e in alcuni punti veramente eloquente, è oggi stampato nel volume quarto delle opere, col titolo Per la poesia e per la libertà, e mostra chiaramente che il Carducci non era un uomo politico possibile nella Camera d’allora, nè, tanto meno, d’ora.
Del resto egli stesso era così poco desideroso d’andare a esercitare il suo ufficio di deputato a Montecitorio, che il 31 gennaio 1877, alla vigilia del sorteggio dei professori, mi scriveva: «Non sono andato a Roma ancora, nè v’anderò se non dopo il sorteggio, se questo mi tornerà favorevole. Se no, sono rassegnatissimo a starmene. Mi trovo molto bene solo. Mi faccio sempre più orso. Viva Atta Troll.» E conchiudeva un suo sfogo contro la politica parlamentare con queste parole: «Il vero non esiste. Il bello si è rifugiato all’inferno e l’onesto in galera.» Un poeta e idealista quale il Carducci come poteva trovarsi bene in un’accolta di uomini, che, salvo qualche eccezione personale, è la negazione della sincerità e dell’estetica? Egli, che aveva fatto allora allora proposito di abbandonare la poesia dei giambi ed epodi, per tornare all’arte pura e serena, egli a Montecitorio sarebbe diventato idrofobo.
Meglio dunque che ne rimanesse fuori. E rimastone fuori, non gli mancarono le occasioni di esporre la sua opinione sul Parlamento e sui governi che ne furono via via la degna espressione. Quindici anni dopo, nel novembre del 1883, scriveva: «Certo che, a giudicarlo (il Parlamento) dal valor suo concettuale, da ciò che ammira come eloquenza, da ciò che gusta come spirito, da ciò che crede politica fina, e più dalle prede di voti che il Ministero esercita su quel suo cabotaggio di piccolo corso, ci sarebbe da disperare: ma in fondo è un collegio di buoni ragazzi, che vogliono, come i loro mandanti, più figurare e divertirsi che lavorare: onde venti giorni di discorsi e di emendamenti, e ordini del giorno a tonnellate, e dieci leggi votate in dieci minuti: folla agli scandali, deserto ai bilanci: fanno forca, burlando il maestro. Oh fate forca, fate forca allegramente, onorevoli: già di tanta eloquenza non una parola echeggerà nell’avvenire.» E conchiudeva: «Ho paura che, se con sì fatta gente non si fondano le repubbliche, nemmeno si afforzino le monarchie: ho paura che intanto abbiamo quel che ci meritiamo, Machiavelli Depretis e Tacito Chauvet: ho paura che avremo nell’avvenire anche di peggio.»[46]
La profezia pur troppo si avverò.
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Nel giugno del 1877 il Carducci era a Massa, mandatovi dal Ministero ad ispezionare quel liceo; e là scrisse nel giorno 13 la nota apposta alle Odi barbare, per ispiegare la ragione del titolo e della novità metrica da lui tentata. Il 14 mi scrisse una cartolina, invitandomi ad andare a raggiungerlo per recarci insieme la domenica prossima, 17, a Serravezza, a vedere l’amico Francesco Donati, ch’era là da qualche tempo ammalato. Io non avevo più notizie di lui da qualche anno. L’ultima sua lettera a me credo fosse del febbraio 1871 da Urbino, dov’egli era insegnante di lettere italiane nel liceo fino dal 1866. Arrivai a Massa il sabato sera; andai col Carducci, non mi ricordo perchè, a far visita al Prefetto; e la mattina dipoi di buon’ora partimmo con una carrozzella alla volta di Serravezza.
Il tempo era bellissimo. Uno splendido sole di giugno empiva di luce, di movimento, di vita la lussureggiante vegetazione della campagna, fresca e odorata dei vapori notturni discioltisi allora allora al raggio del sole. Io vedevo per la prima volta quei luoghi, dei quali aveva tante volte sentito celebrare la bellezza dal Carducci e dal Donati; e il Carducci, a cui la vista di essi rinfrescava le dolci memorie e le impressioni della fanciullezza, mi aiutava con le sue parole a meglio sentirne l’incanto. Giunti in vicinanza del paese lasciammo la vettura a piè d’una salita, affinchè il cavallo si riposasse, e proseguimmo a piedi il resto della via. Trovata, dopo qualche domanda alle prime persone che incontrammo, la casa dell’amico, ci facemmo annunziare. Egli era fuori, non so se nell’orto, o presso qualche conoscente: accorse subito, e rimase molto meravigliato e giubilante della nostra visita, ch’era ben lontano dall’aspettarsi.
Ma oh quale dolorosa impressione provammo alla sua vista! E forse non riuscimmo a nasconderla interamente; poichè egli, dopo le prime espansioni di gioia e di affetto, si rannuvolò un poco e disse tristamente: — Vedete come è ridotto il vostro Cecco! Vi ringrazio, amici, che siete venuti a darmi l’ultimo addio. —