Veramente non c’era più in lui nemmen l’ombra dell’uomo di un tempo. Quella faccia, nella sua alfieriana austerità, luminosa e serena, era divenuta fredda e smorta; la fronte ampia, solcata d’infinite rughe, pareva come rattratta; gli occhi, privi della loro vivezza e mobilità, erano come velati d’una nube di tedio; le guance scarne e infossate. E la barba da parecchi giorni non rasa, e i capelli incolti, e le vesti trasandate davano al povero amico nostro l’aspetto di un uomo che, sentendo d’avere un piè sulla fossa, avesse detto a sè stesso: a farmi la toilette per l’altro mondo non ci ho da pensare io.
Egli voleva pure offrirci qualche cosa, e non avendo niente lì sotto mano, s’inquietava di non potere. Noi gli dicemmo che non avevamo bisogno di niente, ch’eravamo venuti soltanto per vederlo e far due chiacchiere con lui, che non potevamo trattenerci se non pochi istanti: avevamo il legno che ci aspettava giù in fondo alla scesa, e dovevamo ripartire subito. Tentammo contradire alle sue insistenti affermazioni che non lo avremmo più riveduto, e ci provammo più volte a fargli coraggio, pur sentendo la vanità delle nostre pietose menzogne.
Quella visita fu uno strazio: ci era penoso il rimanere, più penoso l’andarcene. Qual contrasto fra quella vita che si spegneva e la natura intorno esuberante di vigore, di calore, di luce! Come triste il pensiero che davvero non ci saremmo più riveduti! Finalmente ci facemmo un animo risoluto, abbracciammo l’amico, e quasi a forza, poichè egli pareva non potersi staccare da noi, ci allontanammo. Aveva voluto accompagnarci per un pezzetto di strada, benchè il camminare lo affaticasse, e noi lo avessimo pregato di rimanere; poi fermatosi su un rialto di dove si scorgeva buon tratto della strada che dovevamo fare, seguitò a salutarci con la mano e con la voce fin che ci vide e credè che noi potessimo udire le sue parole. Le ultime che ci giunsero all’orecchio furono: — Addio per sempre. —
E fu vero: non passò un mese, ch’era morto. Il Carducci ed io volevamo fare qualche memoria di lui; ma la mancanza di notizie della sua vita ed altre difficoltà furono cagione che il nostro proposito rimase per allora senza effetto. Certe cose, anzi molte cose, se non si fanno subito, non si fanno più. La vita è così: gli avvenimenti si incalzano, e il domani getta nel dimenticatoio molti propositi dell’ieri. Non dispiace, son certo, al Carducci che io, ad ammenda della nostra dimenticanza d’allora, abbia fatto qui ricordo dell’amico nostro.
E di altri dovrò farne.
Se per ciò queste mie note biografiche somiglieranno qua e là un necrologio, che colpa ne ho io? Colpa sarebbe se dinanzi ai nomi dei cari amici che ci precederono nel gran viaggio alla città dell’ignoto, io non mi soffermassi per mandar loro almeno un saluto.
Salutiamo dunque anche il buon uomo Francesco Menicucci, che appunto in quel tempo mancò ai vivi. Il 24 maggio, mentre il Carducci stava per venire in Toscana a visitare i licei di Pisa e di Massa, la moglie di lui partiva per Firenze a rivedere l’ultima volta suo padre, ch’era in fine.
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Tornato a Bologna il Carducci consegnò allo Zanichelli la nota su le Odi barbare, e queste furono subito finite di stampare e messe in vendita.
Pochi giorni innanzi, l’editore stesso aveva pubblicato le poesie di Olindo Guerrini, dal titolo Postuma di Lorenzo Stecchetti, iniziando con questo volume e con le Odi barbare la sua biblioteca elzeviriana, che nei primi anni levò grande rumore, e fece girare la testa a molta gente. Il vedere stampati i propri versi, o le prose, ma specialmente i versi, in quelli eleganti volumetti civettuoli, faceva credere a molti ch’e’ dovessero, come a loro anche agli altri, parere più belli.