La moda passò, come, o presto o tardi, passano tutte, e dei libri durarono quelli che avevano ragione di durare. Ma è pur sempre vero che, indipendentemente dal merito, habent sua fata libelli; o, meglio, che alii habent, alii merentur famam; con questo però che delle fame superiori al merito in generale pensa il tempo a fare giustizia. Nei tre anni dal 1878 al 1880 furono fatte tre edizioni delle Odi barbare e sette dei Postuma di Olindo Guerrini.
Veramente lavoro d’arte nel libretto del Guerrini ce n’era, e c’erano dei versi molto felici e molto girati bene, come diceva il Carducci; ma c’era anche molta imitazione, e della roba scadente e volgare. Ciò che fece la fortuna, veramente straordinaria, del libro, fu, oltre la materia appartenente per tre quarti al genere voluttuario, la grande facilità della verseggiatura, la naturalezza e semplicità della lingua e dello stile. Non un verso duro, non una rima stiracchiata, non una parola, non una frase, che non fosse a tutti chiarissima. Chi leggeva capiva e si divertiva; e gli pareva che se avesse avuto voglia di fare dei versi, li avrebbe voluti fare a quel modo. Ma certo anche il genere entrò per buona parte nella fortuna del libro. Erano gli anni in cui le porcherie dei romanzi dello Zola, non dirò erano perdonate all’autore in grazia dell’arte sua, ma acquistavano ad essa ammiratori e lettori. «Oggi in Italia, diceva un amico mio, parlando delle poesie del Guerrini, per i crevés ci vuole quel genere, come negli ultimi del regno di Luigi Filippo e del secondo Impero: non vogliamo più sapere delle grandi idee, delle grandi questioni, dei grandi amori del bello e del vero, della grande arte: dateci della porcheria, dice la gioventù scettica che vien su, dice la gente di mezza età affarista e vigliacca, dicono i vecchi corrotti, e la canea dei critici e dei giornalisti e dei professori e dei ciarlatani, dateci della porcheria, qui siamo tutti d’accordo, qui non v’è più partito.»
Il volume, delle Odi barbare venuto fuori quando d’ogni parte e su tutti i giornali suonavano le lodi della felice facilità delle poesie del Guerrini, non poteva naturalmente incontrare il gusto del pubblico. Se nei primi tre o quattro giorni se ne venderono mille copie, ciò si deve al fatto che la fama del poeta posava oramai sopra basi granitiche; un libro suo nuovo bisognava comprarlo: ma alla grande maggioranza, che gustava i versi dei Postuma scorrenti come un giulebbe, quelli delle Odi barbare doveano di necessità parere duri, sversati, sgarbati. Il Trezza ne scrisse un articolo di lode, ragionato bene, nel Diritto; e un altro pure lodativo, ma leggiero, il Barrili nel Caffaro. Ma di lì a poco, apriti cielo: scoppiò da tutte le cateratte del giornalismo italiano un diluvio di censure contro l’opera del grande, del potente, del poderoso poeta, che questa volta, poveretto, aveva perduto la bussola. Le critiche erano un ammasso di bestialità, ma erano spontanee, sincere; erano uno sfogo irresistibile di gente che non poteva trattenere più il peso delle idee che le gravava l’intestino cerebrale, e doveva pure liberarsene, per non scoppiare.
Passato il diluvio, e spazzatene le lordure nelle fogne, tornò a splendere il sereno del buon senso; le bellezze delle Odi barbare furono più generalmente comprese; e lo stesso Guerrini, uomo d’ingegno vero, e fine e versatile, cominciò a farne anche lui.
L’anno dopo mise fuori un nuovo volume di versi, Nova Polemica, migliore del primo, ma che non ebbe così grande e intero successo come quello, per molte ragioni che qui sarebbe fuor di luogo cercare.
Le Odi barbare ebbero anche il merito di suscitare importanti questioni d’arte e di metrica, che non furono inutili al progresso degli studi.
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Nel luglio e nell’ottobre del 1877 il Carducci andò a Perugia commissario per gli esami di licenza liceale. «Qui il paese è veramente bello, mi scriveva il 26 di luglio, tale che fa intendere la Scuola umbra: che linee d’orizzonte, che digradare vaporoso di monti in lontananza! Fui ad Assisi: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l’arte, nei loro accordi con la storia, con la fantasia, con gli affetti degli uomini. Sono tentato di fare due o tre poesie su Assisi e san Francesco.» Peccato che non facesse altro che il bel sonetto Santa Maria degli angeli. Invece nell’ottobre «passeggiando per la piazza Vittorio Emanuele, ov’era una volta la Fortezza Paolina, e onde si vede oggi un panorama dell’Umbria, che, fra le vedute non di mare, è certamente una delle più belle d’Italia», cominciò il Canto dell’amore, che finì e pubblicò nel gennaio dell’anno appresso pei tipi Zanichelli. Poi nel novembre 1878 la visita dei Reali a Bologna gli ispirò l’ode alcaica Alla Regina d’Italia, che fu pubblicata l’anno stesso dagli stessi editori.
L’ode Alla Regina suscitò le ire dei democratici repubblicani, i quali oramai consideravano il Carducci come il poeta del loro partito. Ma diciamo subito che ne provarono un senso come di sorpresa alcuni degli amici stessi del poeta: il Nencioni fra gli altri e chi scrive queste pagine; non per l’ode in sè, nella quale niente è di dinastico, ma per il fatto che l’autore della Consulta araldica e di Versaglia avesse scritto un’ode Alla Regina. Il Nencioni, che non partecipò mai le ammirazioni del Carducci per Robespierre e Saint-Just, appena letta l’ode mi scrisse: «Che ti pare dell’ode alla Regina del Carducci? A me ha fatto una curiosa impressione un’ode alla Regina scritta da Enotrio Romano.» E mi lodava alcune parti dell’ode che più gli piacevano. Io non nascosi al Carducci la mia impressione, ch’era su per giù quella stessa del Nencioni; e il Carducci mi rispose spiegandomi come la cosa era andata. «Anzi tutto, mi scrisse, l’ode me la ispirò Lodi. Per far dispetto al Fanfulla e a’ monarchici rabbiosi, perchè non fa un’ode alla Regina? Tanto lei ha rifiutato la croce di Savoia, e nessuno ha un appicco a dire, che voglia ringrazionirsi. Si può esser gentili senza essere apostati.» Soggiungeva, aver saputo fino dal giugno innanzi come la Regina ammirasse le sue poesie, e specialmente le odi barbare, come avesse espresso il desiderio di vederlo quando andava a Bologna, come avesse voluto ch’egli fosse proposto per la croce del merito; soggiungeva avergli essa parlato con molta cortesia delle sue poesie. «Tu intendi, proseguiva, che dopo tutto quello che di me e delle mie poesie e delle odi barbare avevano detto e scritto i consorti, quelle lodi e quelle attenzioni mi piacquero. Imparate un po’, canaglia, a essere almeno educati: chè in quanto a capir qualche cosa è tempo perduto. E credo che la Regina abbia veramente capito delle odi barbare più assai che molti poeti e critici italiani. Ella è figlia d’una donna sassone, ed è stata avvezza a leggere la poesia tedesca. Se sapessero i poeti delle barcarole e i critici delle mandolinate che io scrivo che un mezzo per capire le mie odi barbare è conoscere la poesia tedesca! Ma tu m’intendi. I giornali clericali dicono: Dopo Passanante, Carducci: il Carducci ha fatto l’attentato su la Regina; e se la pigliano con la Regina che lodò le odi barbare. Arcangelo Ghisleri nella Rivista Repubblicana scrive un mucchio d’insolenze e d’ignorantaggini e scipitaggini. La Perseveranza scrive che al suon delle odi alcaiche si vuol far l’evoluzione dalla monarchia alla repubblica. Aurelio Saffi — lo riscontrai, dopo due mesi, la prima volta, il giorno che si vendeva l’ode, — mi disse: — Prima di tutto, mi rallegro di cuore per la bellissima ode. Voi avete dato una nobilissima prova della squisitezza e gentilezza dell’animo italiano. Altro che ode barbara! — Dopo tutto ciò io sono contento di me.»
Il Ghisleri aveva nel suo articolo mandato il Carducci a scuola di dignità dal Foscolo, scrivendo, fra le altre, queste parole: «Che direbbe lo sdegnoso cantore delle Grazie nel vederle oggi buttate in pascolo alla folla come un instrumentum regni?» E il Carducci scriveva a me: «Ugo Foscolo non si contentò di fare de’ versi berenicei su la Viceregina, ma stiaffò tanto d’Aiace sul viso a quel povero Beauharnais che anche titolava di vigliacchi gl’Italiani, e mandò i suoi versi a Milano perchè fossero veduti e approvati.»