Le ragioni addotte dal Carducci escludevano il più lontano sospetto di cortigianeria dalla composizione dell’ode, e chi lo conosceva non poteva avere avuto neppur l’ombra di tale sospetto; ma sopra tutte le altre ragioni dell’averla composta stava, secondo me, questa, ch’egli accenna in fine della lettera ad Achille Bizzoni del 19 gennaio 1879: «La Regina è una bella e gentilissima signora, che parla molto bene, che veste stupendamente: ora non sarà mai detto che un poeta greco e girondino passi innanzi alla grazia e alla bellezza senza salutare.»[47] Insomma ciò che vinse il poeta fu l’Eterno femminino. Il suggerimento del Lodi non avrebbe trovato l’animo di lui così disposto ad accoglierlo, s’egli non avesse avuta già piena la mente della visione della Regina nel breve passaggio di lei per Bologna. Scritta l’ode, sentì più tardi il bisogno di spiegarne l’origine, e scrisse la bella prosa Eterno femminino regale, pubblicata nella Cronaca bizantina del 1º gennaio 1882. Ma il fatto è che, pur seguitando a credersi e proclamarsi repubblicano, il poeta con quell’ode e con quella prosa muoveva i primi passi verso il suo ritorno alla monarchia.

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Oramai i metri barbari erano entrati nel patrimonio artistico del poeta; ed egli, pur allargandone le forme e perfezionandole, da qui innanzi seguiterà a poetare ora in questi, ora negli antichi metri rimati, secondo che gli uni o gli altri gli parrà si accordino meglio alla forma organica con la quale i sentimenti e i pensieri poetici gli si andranno determinando nella mente.

La seconda edizione delle Odi barbare fu pubblicata nel 1878, con innanzi il mio discorso su I critici italiani e la metrica di esse odi; la terza nel 1880 con la giunta di una Bibliografia di alcune opere del Carducci.

Quando questa uscì, egli aveva già composto altre quattro delle più belle fra le nuove Odi barbare: tutte quattro nel 1879: Saluto italico nel gennaio, Pel Chiarone nell’aprile, Per la morte di Napoleone Eugenio nel giugno, Fuori alla Certosa di Bologna nell’agosto. Le prime strofe dell’ode per Napoleone, ch’è e rimarrà non solo una delle più belle fra le odi barbare, ma una delle più belle liriche del Parnaso italiano, le scrisse fra un esame e l’altro all’Università, letta ch’ebbe nei giornali la notizia della morte del giovane principe. Uscito, andò alla libreria Zanichelli, chiese una carta d’Aiaccio, la considerò un istante, si fece prestare un giornale illustrato ove era una figura della casa ove nacque Bonaparte, e tornato a casa, fra la sera e la mattina seguente finì l’ode. Ne aveva cominciate anche altre; fra le quali fino dall’8 luglio 1878 Miramar, che rimase incompiuta fino al settembre 1889. Tanto questa che Saluto italico gli furono ispirate dalla visita ch’egli fece a Trieste appunto nel luglio 1878.

CAPITOLO VII. (1878-1883.)

L’ode Saluto italico. — Visita a Trieste. — Scritti per Guglielmo Oberdan. — Il Fanfulla della Domenica. — Il Carducci a Roma. — Il Carducci e il Prati. — Enrico Nencioni. — Il Bothwell del Swinburne e il libraio Goodban. — Angiolino Sommaruga. — I saloni gialli del Capitan Fracassa e la corte letteraria alla Cronaca bizantina. — Il Carducci e la Cronaca bizantina. — La Domenica letteraria. — La Domenica del Fracassa. — Arresto del Sommaruga. — Opinione di Gandolin sul Sommaruga in America. — Il Carducci al Consiglio superiore dell’istruzione. — Vita del Carducci a Bologna dopo il 1870. — Le serate da Rovinazzi e da Cillario. — Il pasto del mago. — I dodici sonetti Ça ira. — Le critiche ai sonetti. — Il Ça ira in prosa.

Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi

volate col nuovo anno, antichi versi italici:

ne’ rai del sol che San Petronio imporpora