Molosso ringhia, o antichi versi italici,

ch’io co ’l batter del dito seguo o richiamo i numeri

vostri dispersi, come api che al rauco

suon del percosso rame ronzando si raccolgono.

Ma voi volate dal mio cuor, com’aquile

giovinette dal nido alpestre ai primi zefiri: ecc.

Il Carducci rispose sempre così alle critiche irragionevoli. Ma questo, che riguarda soltanto la parte formale della poesia, era il meno; l’importante era la sostanza di essa, era il sentimento e lo spirito che glie l’avevano dettata; e l’importanza maggiore della forma stava in ciò, che, a portare il saluto della patria alle antiche terre italiche ancora divise da lei, il poeta non aveva trovato messi più degni degli antichi versi italici.

***

Il Carducci era, ed è certo ancora in cuor suo, un irredentista; nè può se non deplorare che la parola irredentismo sia oramai quasi cancellata dal vocabolario e dai cuori degli italiani. Gli scritti su Oberdan, ch’egli ha raccolti e ristampati nel dodicesimo volume delle Opere pubblicato nell’anno scorso, sono una fiera rampogna del poeta all’Italia. Non mai come ora fu vero il verso tante volte rimproveratogli: «la nostra patria è vile.» E pure, diciassette anni fa egli sperava ben altro.

E ben altro pensava quando nel luglio del 1878 andò, come dicemmo, a visitare Trieste.