«No, perdoni il grande poeta: no, Guglielmo Oberdan non è un condannato.

»Egli è un confessore e un martire della religione della patria.»

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«Egli andò, non per uccidere, io credo, per essere ucciso.

»E oggi in questa oscurazione d’Italia, c’è un punto ancora della sacra penisola che risplende come un faro: ed è la tua austriaca prigione, o fratello!

»Tutte le memorie, tutte le glorie, tutti i sacrifizii, tutti i martirii, tutte le aspirazioni, tutte le fedi, sonosi raccolte là, nella oscurità fredda, intorno al tuo capo condannato, per consolarti, o figliuolo, o figliuolo d’Italia!

»Oh poesia d’una volta! Chi potesse pigliare il tuo cuore e darne a mangiare a tutti i tapini della patria, sì che il loro animo crescesse e qualche cosa di degno alla fine facessero! — Oh poesia d’una volta! Chi potesse, consolandoti anzi morte con la visione del futuro, farti segno di rivendicazione, e trarre intorno la imagine tua, e batterla su i cuori, gridando: Svegliatevi, o dormenti nel fango, il gallo rosso ha cantato

»No, l’Imperatore non grazierà. No — perdoni il grande poeta — l’Imperatore d’Austria, non che fare cosa grande, non farà mai cosa giusta. La giovine vita di Guglielmo Oberdan sarà rotta sulla forca: e allora, anche una volta,... sia maledetto l’Imperatore!...

»A giorni migliori — e verranno, e la bandiera d’Italia sarà piantata su ’l grande arsenale e su i colli di San Giusto, — a giorni migliori, l’apoteosi.

»Ora, silenzio.»[48]