»Guglielmo Oberdan ci getta la sua vita, e ci dice: Eccovi il pegno. L’Istria è dell’Italia.
»Rispondiamo: Guglielmo Oberdan, noi accettiamo. Alla vita e alla morte.
»Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all’Imperatore.
»A questo Imperatore degli impiccati.»[50]
Nell’ira sua il Carducci sperava che il volontario martirio del giovine triestino non sarebbe stato inutile. E il 27 luglio del 1885, ad un telegramma dell’Indipendente, che portavagli in Carnia, dov’egli era a villeggiare, i saluti e gli auguri dei Triestini pel suo genetliaco, rispondeva così: «Cari signori, Vi ringrazio. In mezzo secolo che ho vissuto vidi gran cose. Me ne sa male pe’ miei nemici; ma spero di campare almeno altri sedici anni; e conto di vedere ancora cose bellissime; vederle e farne parte; non maestro, ma compagno e fratello anziano della nobile gioventù che ama la patria. Ora e sempre vostro Giosue Carducci.» Ecco perchè io dissi che diciassette anni fa sperava ben altro. I sedici anni sono passati; ma la sola cosa, certo non bellissima, ch’egli ha potuto vedere è stata la conferma per altri dodici anni della triplice alleanza.
Il poeta stava rivedendo le bozze dei suoi scritti su Oberdan, raccolti nel vol. XII delle Opere, e il Ministero Zanardelli firmava la nuova e più lunga rinunzia alla rivendicazione di Trento e Trieste.
Abbandoniamo il malinconico argomento e torniamo a parlare di poesia.
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Il 24 agosto dell’anno 1879 il Carducci mi scriveva: «Ora ho il pensiero a finire Sirmione e potendo l’Aurora; poi delle odi barbare ne ho in mente anche parecchie; e se saprò temperare e fondere bene le imagini e i concetti con la forma regolare e chiara, spero che qualche cosa di buono verrà fuori.» Nell’anno seguente aveva, non pure finito l’Aurora, ma composte altre quattro nuove odi barbare: La Madre (gruppo di Adriano Cecioni) nell’aprile, Una sera di San Pietro e Sogno d’estate nel luglio, e l’ode A Giuseppe Garibaldi nel novembre.
Nel luglio dello stesso anno 1879 Ferdinando Martini fondò il Fanfulla della Domenica. «Cosa bella mortal passa e non dura», disse il poeta; e si sapeva anche prima. Non è quindi a meravigliare se il bel Fanfulla della Domenica del Martini durò poco più di due anni e mezzo: ma finchè durò fu un piacere. Ogni buon italiano, più o meno amante di letteratura, più o meno desideroso di istruirsi e di procurarsi con poca spesa uno svago intellettuale, poteva ogni domenica che Dio metteva in terra, svegliandosi alla mattina e uscendo di casa, comperarsi con la tenue moneta di due soldi quattro grandi pagine, e talora, con quattro soldi, otto pagine di scritti, ove era distillato il meglio di ciò che producevano settimanalmente i migliori letterati d’Italia. L’ingegno facile elegante simpatico del Martini aveva saputo raccogliere intorno a sè e disciplinare l’opera dei più valenti scrittori del tempo, dando al giornale un’impronta di serietà e di agilità che contentava i gusti più difficili. Il Martini naturalmente cercò il Carducci, e il Carducci fu uno dei più assidui scrittori del Fanfulla della Domenica. Le odi barbare Alla Certosa di Bologna, Pe ’l Chiarone, La madre, Sogno d’estate, Una sera di San Pietro, All’aurora, ed altre sei poesie, fra le quali quella Pel processo Fadda, videro per la prima volta la luce nel giornale del Martini; e parecchie prose, le polemiche col De Zerbi su Tibullo, due scritti sull’Ariosto, quello sul Littré, ed altri.