Nei giorni di quella prima visita del Carducci a Roma, trovandosi egli una sera al Caffè del Parlamento, in compagnia dell’amico Gnoli, questi gli disse, accennando un signore piuttosto vecchio, che seduto ad un tavolino dirimpetto consumava una quantità di cerini per accendere un sigaro, che gli rimaneva sempre spento fra le labbra: — Non conoscete quel signore là? — No. — È il Prati: volete che vi presenti? — Volentieri: l’ho veduto alcuni anni sono a Firenze; ma ora non lo avrei riconosciuto. — I due amici si alzarono, e avvicinatisi al tavolino dinanzi al quale il vecchio bardo sedeva, lo Gnoli fece la presentazione. — Davvero, questi è il professor Carducci? fece il Prati, rallegrandosi tutto: oh come sono contento di conoscervi! bravo, bravo! sedetevi qui accanto a me; — e come il Carducci si fu seduto, aggiunse: — Ma sapete che voi avete composto alcune poesie sotto le quali io metterei volentieri il mio nome? — Con queste parole il vecchio bardo credè di aver fatto al Carducci il più grande elogio possibile; e il Carducci con una modestia sincera, che oggi non è più di moda, si tenne onorato di quelle parole, e ringraziò con effusione.
Dopo il 1877 il Carducci tornò a Roma ogni anno, spesso più d’una volta, datagliene occasione dalle adunanze della Giunta per la licenza liceale e del Collegio degli esaminatori, di cui faceva parte. Due volte ci venimmo insieme; e mi ricordo che fra le cose che volle sempre vedere e rivedere erano le Terme di Caracalla e il Gianicolo. «Se io abitassi a Roma, mi diceva una mattina mentre salivamo il colle famoso, vorrei trovarmi una casa quassù, per contemplare la posizione fatale della divina città.»
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Nel 1880 venne a stabilirsi a Roma Enrico Nencioni; nel 1881 ci venne Angiolo Sommaruga; il più vecchio amico del Carducci, e il nuovo editore delle opere sue. Vennero entrambi a cercarvi lavoro.
Quando dopo il 1860 gli amici pedanti si dispersero, condotti ciascuno dai casi della vita in una città diversa, il Nencioni aveva già lasciato Firenze, per cominciare la sua via crucis di precettore privato in case patrizie; la quale via crucis durò, con qualche breve interruzione, e qualche vano tentativo di uscirne, più di venti anni.
Non so se per effetto di essa, o anche un po’ per la natura sua, egli, che aveva cominciato giovanissimo a scrivere, e a venti anni aveva già pubblicato dei versi, in quel lungo periodo che abbraccia tutta la sua giovinezza e la virilità non scrisse e non pubblicò quasi niente. I soli scritti da lui pubblicati sono, credo, l’articolo su Roberto Browning nella Nuova Antologia del luglio 1867, e alcune appendici letterarie nel giornale politico L’Italia Nuova fondato nel 1870 da G. Barbèra e diretto dal Bargoni; giornale ch’ebbe pochi mesi di vita.
Il povero Nencioni, che aveva fondato grandi speranze sopra di esso, le vide sul più bello sfumare; e per un cumulo di circostanze, alle quali non fu estranea una certa sua irresolutezza, non gli fu possibile trovare un posto nelle scuole o in qualche ufficio pubblico in quelli anni dal 1860 al 1880, nei quali tanta gente che valeva meno di lui seppe mettersi a posto.
Se la condizione di precettore privato gli creava molti legami, gli lasciava tuttavia assai tempo da leggere e studiare per conto suo, e gli forniva mezzi da comprar libri. Ed egli (questa era la sua grande felicità) ne comprava e leggeva continuamente. Era un lettore appassionato, instancabile, un vero divoratore di libri. Ed era un po’, come il Carducci e come me, bibliofilo e bibliomane. Un libro nuovo di Victor Hugo, del Browning, del Swinburne, lo teneva incatenato per ore ed ore, facendogli dimenticare ogni altra occupazione. E l’aspettazione di un libro nuovo era per lui una febbre.
Ne citerò un esempio. Egli aveva nel maggio del 1874 ordinato al libraio Goodban di Firenze due copie del Bothwell del Swinburne, una per sè, una per me. Il 13 giugno mi scrive: «Caro Chiarini; Apri l’orecchio al mio annunzio, e odi, e inorridisci! Ieri sera entrai così en flânant da Goodban. Vedo là sul banco un bellissimo e grossissimo volume legato in tela celeste. Attratto da una corrente magnetica, lo prendo, e leggo: Swinburne’s Bothwell. — Ma dunque c’è già il Bothwell! Ha questa copia sola? — Oh, è una settimana che questa era venuta per la posta per M.r Russell; ma non l’ha voluta perchè c’è una pagina rotta. — Dove? — Guardi qua. — Infatti, non una, ma due pagine son lacerate, e manca il pezzo stampato. — O che ne fa di questo volume? — Lo rimando all’editore: ho già scritto. — Costa? — Lire 24, e il 20 per cento di commissione. — Me lo dia per 20, e lo prendo io così com’è — Non posso — Perchè? — Perchè l’editore deve sapere, vedere, avere una lezione ec. ec. — Scappai, per non offrirgli 24, 30, 40 lire, quel che voleva.... Il cane Goodban mi dette parola che al più tardi il 30 giugno avremo le due nostre copie commesse. Io sognerò di questo libro finchè non l’ho.»
In quei venti e più anni è facile immaginare quanto il Nencioni lesse di libri italiani, francesi, inglesi e tedeschi. Della lingua e letteratura francese ed inglese divenne in breve assolutamente padrone. La letteratura tedesca la conosceva fino da giovane nelle traduzioni italiane e francesi; poi studiò anche la lingua, tanto da poter leggere e gustare nell’originale il Heine ed altri poeti meno difficili. Come e perchè in questo lungo periodo di tempo, nel quale venne accumulando tanto materiale di cognizioni sulle letterature moderne, quasi sconosciute in Italia, gli mancasse l’occasione o la voglia, o l’una e l’altra insieme, di scrivere e pubblicare, io, come già accennai, non saprei dire esattamente. Forse gli bastava la felicità di poter leggere e studiare per sè, e comunicare la felicità sua con qualche amico.