La Domenica letteraria passò dal Sommaruga alla Tribuna e andò sempre di male in peggio.
La Domenica del Fracassa visse poco più d’un anno, dal 28 dicembre 1884 al 14 febbraio 1886; ma la sua vita breve non fu affatto ingloriosa. Cominciò pubblicando nel primo numero la magnifica ode del Carducci Presso l’urna di Percy Bysshe Shelley; e finchè visse, fu l’unico giornale domenicale al quale il Carducci desse suoi scritti. Le diede altre otto poesie, cioè tutte quelle che compose nel 1885, e sette scritti di prosa.
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Nel 1881, con decreto regio del 12 maggio, il Carducci fu nominato membro del Consiglio superiore della istruzione. Il Baccelli, allora Ministro, aveva riformato il Consiglio, anche per ciò che concerne le nomine dei Consiglieri; le quali, per effetto della riforma, si facevano per una metà dalle Facoltà universitarie, per l’altra metà dal Ministro. I nominati duravano in carica cinque anni, e non potevano essere rieletti se non dopo un anno d’interruzione.
È notevole come nè questa prima volta, nè le altre successive nelle quali il Carducci entrò nel Consiglio, non vi entrò mai per elezione delle Facoltà, ma sempre per nomina del Ministro. E quelli che lo videro all’opera attestano com’egli fosse diligente e scrupoloso nel disbrigo degli affari che gli erano affidati.
L’ufficio di consigliere gli diede occasione di recarsi anche più spesso a Roma. E a Roma passava quasi tutto il giorno a lavorare al Ministero della istruzione o nelle biblioteche: la sera poi andava a godersi un po’ di riposo e di svago nei saloni gialli del Sommaruga.
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Questa, di prendersi un po’ di svago la sera, era, già lo sappiamo, un’antica abitudine del Carducci. Questa abitudine e le altre che aveva da Firenze e Pistoia portate a Bologna, non erano mutate, o di poco, dopo il 1870, quando, come accennai, aveva fatto qualche relazione più stretta con alcuni dei colleghi. La sua vita era rimasta suppergiù la medesima, ed era questa:
La mattina, appena alzato, prendeva una tazza di caffè, che si faceva portare in camera; indi passava nel suo studio a lavorare. A mezzogiorno si sdigiunava con una tazza di cioccolata o due uova, e riprendeva subito il lavoro; il quale durava fino verso le 2 nei giorni che aveva lezione, e fino alle 5 o le 6 negli altri giorni. Nei giorni di lezione stava chiuso nello studio più rigorosamente del solito, per prepararsi, e non voleva essere disturbato per nessuna ragione. Un po’ prima delle 2 usciva di casa per andare all’Università, dove la lezione durava sempre più d’un’ora. Ciò fino a tutto il 1875. Dopo, avendo nel dicembre di quell’anno (con decreto ministeriale de’ 19) avuto l’incarico dell’insegnamento della Storia comparata delle letterature neolatine, la lezione diventò di due ore; fece cioè due lezioni di seguito, una di letteratura italiana e una di Storia delle neolatine.
Uscendo dall’Università per andare a casa, o alla libreria Zanichelli, dove di solito capitava tutti i giorni, era spesso accompagnato da alcuni scolari, pei quali la lezione seguitava, strada facendo, finchè lasciavano il professore.