A fuoco lento. S’odono gridare

Sotto i suoi denti, e dicono: mercè!

(Scritto dinanzi al pasto del Mago nella bottiglieria Rovinazzi alle ore 8¾ del 21 ottobre 1879 — dell’èra della servitù — dal povero rapsodo Giosue Carducci.)

Dopo questi scherzi innocenti il Carducci, accompagnato dagli amici, tornava a casa allegro e contento: giunto al portone del palazzo Rizzoli, dove allora abitava, si faceva dare dei cerini, se non ne aveva, e non ne aveva quasi mai; apriva e, facendosi lume da sè, saliva le lunghe scale, finchè arrivato al suo quartiere, dove tutti a quell’ora dormivano, accendeva la candela che trovava al solito posto nella stanza d’ingresso, e se ne andava in camera, dove, messosi in letto, aspettava il sonno leggendo qualche pezzo dei classici suoi preferiti.

***

E la mattina di poi ricominciava la solita vita.

Le poesie pubblicate dal Carducci nei giornali domenicali e nella Cronaca bizantina non furono le sole da lui composte in quel periodo di tempo, di circa sei anni, dal 1879 al 1885. Oltre le odi barbare Per Eugenio Napoleone e A Garibaldi, pubblicate dallo Zanichelli nello stesso anno 1880 in cui furono composte, oltre l’ode barbara per le nozze della figlia Beatrice, pubblicata in alcune copie distinte del volume La Poesia barbara nei secoli XVe XVI offerte agli amici (Bologna, Zanichelli 1881), e l’ode A Vittore Hugo (Bologna, Zanichelli 1881); pure di quell’anno compose, nell’aprile Campo di Roncisvalle, e tradusse nel giugno l’ode di Platen su la lirica: poi nel maggio del 1883 mandò fuori, editi dal Sommaruga, i dodici sonetti intitolati Ça ira; e nel luglio del 1884, essendo a Genova, pensò sul luogo e pochi giorni dopo compose a Courmayeur l’ode barbara Scoglio di Quarto, che per allora rimase inedita. Ne aveva pensate e voleva comporne altre tre, e voleva finirne altre ancora cominciate da un pezzo, fra le quali Miramar, cominciata, come sappiamo, fino dal luglio 1878.

Ai sonetti Ça ira toccò un po’ la sorte delle prime Odi barbare, che cioè la critica si sbizzarrì sopra di essi con un ammasso di stupidaggini. Nè fra i critici mancarono uomini autorevoli: basti citare il Bonghi ed un M. T., nel quale il Carducci sospettò nascondersi il senatore Tabarrini; ma poi seppe essere un conservatore cattolico a lui affatto ignoto. Ciò che fece perdere le staffe ai critici fu la preoccupazione politica. Mentre il Carducci non aveva avuto che un intendimento artistico, quello cioè di tentare col vecchio sonetto una rappresentazione rapida e breve di avvenimenti storici, senza mistura di elementi personali, ed aveva scelto come materia a ciò adatta i più terribili episodi di quel tragico momento della rivoluzione francese che fu il 1792, i critici vollero in quella rappresentazione puramente oggettiva vedere espressi i sentimenti di lui poeta e lo accusarono perciò di aver fatto della lirica partigiana, complice dei ciechi furori della plebe e dei sofismi dei demagoghi, lirica e retorica repubblicana; e tanto la preoccupazione politica li acciecò, che l’un d’essi attribuì al poeta le parole da lui messe in bocca al feroce parrucchiere che fece osceno strazio del corpo della principessa di Lamballe.

Passata la piena degli spropositi, tutti poi riconobbero che il Carducci coi dodici sonetti tentò e vinse una prova non meno ardua di quella tentata con le Odi barbare. Non che nei sonetti non fosse qua e là qualche durezza e qualche scorcio un po’ ardito; ma anche in queste durezze e in questi scorci stava la efficacia della rappresentazione.

Le critiche irragionevoli ebbero poi la virtù di ispirare al Carducci una delle sue prose più belle, la prosa del Ça ira. La scrisse a Bologna nell’agosto dello stesso anno 1883 in cui aveva composto i sonetti, e me la lesse nel settembre alla Maulina, in campagna di Lucca. Mi ricordo ancora l’impressione singolare di quella lettura, alla quale assisteva il buon Carlo Bevilacqua, genero del Carducci, morto poi così immaturamente nel 1898, e qualche altro, che non ricordo bene. Stavamo davanti a una piccola finestra che dava sui campi. Benchè settembre, faceva ancora assai caldo nella campagna lucchese; e l’aria che per la finestra aperta penetrava nella stanza, benchè temperata dalla verde frescura degli alberi di fuori, era pur sempre l’aria d’estate. Ma tutti attenti alla lettura, che fin dalle prime pagine ci aveva afferrati e ci teneva incatenati, non sentivamo il caldo. La finezza e la serena superiorità della critica, che poneva e risolveva le quistioni storiche estetiche con la sicurezza di chi ha subito veduto gli errori e il lato debole degli avversari; il tuono, ora serio, ora scherzevole, ora sarcastico della discussione; le descrizioni e le digressioni, vive, fresche, umoristiche, onde quella era intramezzata e rallegrata, e la voce calda e animata del Carducci che dava risalto e rilievo ai chiaroscuri di quei periodi limpidi, scintillanti, trascinanti, ci fecero passare le due ore che durò la lettura, senza che quasi ce ne avvedessimo. Quando rilessi poi stampata quella magnifica prosa, mi fece anche maggiore impressione, poichè l’autore vi aveva aggiunto alcuni dei pezzi più belli, come la chiusa e la digressione su la campagna toscana del Valdarno.