I critici, per quanto mi ricordo, stettero zitti come olio.

CAPITOLO VIII. (1881-1888.)

Matrimonio della figlia Beatrice. — Il Carducci alla Maulina. — «La gatta non istà del suo meglio». — Gita a Volterra. — Il banchetto alla società democratica e il banchetto al Collegio degli Scolopii. — Visita a San Gimignano dalle belle torri. — «Sommaruga vuole la mia pelle, e non me la paga.» — Edizioni definitive delle poesie, Juvenilia, Levia Gravia, Giambi ed Epodi nella collezione elzeviriana Zanichelli. — Confessioni e Battaglie nella edizione Sommaruga. — Nuove Odi barbare. — Posto d’Ispettore Generale degli studi classici. — L’ode Scoglio di Quarto. — Disturbo nervoso. — Peregrinazione maremmana. — Debolezze e vertigini. — Il Carducci in Carnia. — Candidatura alla deputazione nel Collegio di Pisa. — Davanti a San Guido ed altre poesie. — Pubblicazione delle Rime nuove. — La cattedra dantesca a Roma. — Dante e l’Italia ufficiale. — Rifiuto della cattedra dantesca. — Discorso su Dante all’Università di Roma. — Discorsi su Jaufrè Rudel e su Lo studio di Bologna. — Il Carducci a Madesimo nell’agosto 1888. — Dichiarazione nel Resto del Carlino.

Nella fine del capitolo precedente ho parlato della Maulina e di Carlo Bevilacqua; e un po’ avanti accennai all’ode del Carducci per le nozze della figlia Beatrice. Torniamo un po’ addietro, e ricolleghiamo con quelli accenni le fila del nostro discorso.

Beatrice, la figlia maggiore del Carducci, andò sposa il 20 settembre 1880 a Carlo Bevilacqua, appartenente ad una famiglia di agricoltori lucchesi, che aveva suoi possedimenti alla Maulina, dove dimorava, coltivando da sè le sue terre. Uno de’ figli maggiori faceva il notaio a Lucca. Carlo, laureatosi in matematiche a Pisa, aveva preso la via dell’insegnamento, ed era professore nei licei governativi. In uno di questi aveva avuto preside Ferdinando Cristiani, che gli fu occasione e mezzo a conoscere la famiglia Carducci. Da qui il matrimonio suo con la Bice. Professore nel 1880 al Liceo d’Arezzo, fu nell’ottobre del 1881 trasferito a Livorno nel Liceo presieduto da me.

Nell’agosto di quell’anno 1881 il Carducci andò alla Maulina a fare la conoscenza della famiglia del genero; e là si trovò così bene, che vi tornò poi nel settembre del 1882 e del 1883 a passare una parte delle vacanze autunnali. Il 9 agosto del 1881, invitandomi ad andare a trovarlo, mi scriveva: «Qui gente buona, semplice, laboriosa: mi pare che mi rifarei fra questi vecchi onesti e diritti e faticanti, fra questi giovani robusti e modesti lavoratori, fra queste donne buone e schiette e che parlano così bene, fra questi bambini che all’occorrenza vanno scalzi. Quanto pagherei a essere un di loro e a non essere io! Io, se il mio infame nonno non avesse sciupato tutto scioccamente, poteva essere così: un piccolo possidente e buon lavoratore de’ suoi campi, e non uno che, per esempio, se la pigliasse con Mario Rapisardi. Ah!»

Quella sana vita campagnuola che invidiava lo metteva spesso di buon umore, cosa che gli avveniva di rado in città. Il 29, incaricandomi di alcune imbasciate per sua moglie, che insieme con la figlia Lauretta era da alcuni giorni ospite in casa mia a Livorno, mi scriveva: «Qui stiamo tutti bene.... Carlo oziando e studiando algebra, il signor Giuseppe (il padre) facendo nottata ai malati ed essendo un po’ malato il giorno lui, gli altri lavorando più di me, che metto insieme lettere del Guerrazzi e scrivo lettere mie. E tutti salutiamo te e i tuoi, e l’Elvira e la Lauretta, a cui mandiamo dicendo tante cose. Veramente la gatta (attenta l’Elvira) non manda a dir nulla e non istà del suo meglio. Da che non c’è più l’Elvira, ella seguitava allegramente a montar su i letti, su le tavole imbandite, a metter le zampe e il muso nei piatti. Ieri assaltò la tavola ch’eravamo a pranzo: prima avanzò lentamente una zampina, e con quel viso di scimunita guardava come se non fosse affar suo; poi mosse anche l’altra zampina; poi un salto, e fu in tavola; e prese un mezzo pollo arrosto; e via, via. La Bice e la signora Carmelinda (la madre di Carlo) si misero a urlare, io a ridere; Carlo le corse dietro con la bacchetta di faggio, le diè un gran colpo sulla testa; e la gattina giù. Ahimè non ruberà più altro nè dormirà più i suoi sonni sul letto dell’Elvira. In vano si provava a salire sul letto della Bice. Ora andrà a dormire per sempre là dove i gatti leggiadri e ladri riposano dalle smorfie ingannevoli e dalle ruberie agili e dimenticano le bastonate e i calci umani e le fami lunghe sofferte e i topi e i passerotti e i pulcini male desiderati e studiosamente insidiati. Di’ all’Elvira che non pensi tanto a questa gatta moriente, se non già morta, e mi mandi a dire a che ora sarà a Lucca venerdì o quando verrà.» Un poscritto aggiungeva: «La gatta, in quello che scrivo, è migliorata e si spera salvarla.»

***

L’anno dopo (1882) il Carducci, prima d’andare alla Maulina, venne, verso la fine di luglio, a Livorno, a vedere la figliuola ed il genero. Io dovevo ai primi d’agosto recarmi a Volterra per una Commissione d’esami, di cui facevano parte il Bevilacqua e Guido Mazzoni: proposi al Carducci di unirsi a noi, ed egli, che non aveva mai visto Volterra, accettò di buon grado. Partimmo il 2 agosto. Il Carducci durante il viaggio ci raccontò che a Volterra suo padre, prima imprigionato, poi relegato là, come sappiamo, pei moti del 1831, aveva conosciuto la fanciulla che poi sposò.

Ci allogammo tutti insieme in una locanda; e nelle ore che noi della Commissione avevamo libere s’andava insieme col Carducci a visitare le cose più notevoli della città. Il Palazzo comunale, il Duomo, il Battistero, il Museo etrusco e la Biblioteca furono le cose delle quali egli si interessò maggiormente. Nella Biblioteca col suo fiuto felice scavò un antico manoscritto di poesie del secolo XIV, che si trattenne a studiare mentre noi facevamo gli esami. Comprò opuscoli di poesia popolare dal famigerato tipografo Sborgi; fece ricerca, accompagnato da noi, della casa dove aveva da ragazza abitato sua madre, e vide le finestre dell’appartamento già occupato dall’orologiaio Celli padre di lei. Riscontrammo insieme nella chiesa parrocchiale l’atto di matrimonio del padre del Carducci, e si vide che le nozze non erano state celebrate a Volterra, ma a Val di Castello, dove la sposa era stata accompagnata da un suo fratello. L’atto di Volterra era soltanto la dichiarazione delle nozze avvenute.