Oltre il Museo, dove il Carducci si trattenne a lungo, visitammo le tombe sotterranee etrusche, che gli fecero una grande impressione, tanto che disse voleva scriverci un’ode. La visita al Penitenziario, dalla quale non potemmo liberarci, lo turbò e lo lasciò di cattivo umore.
Per quanto desiderassimo di starcene da noi, non potemmo liberarci da due banchetti, l’un dei quali faceva singolare contrapposto all’altro. La Società democratica, della quale era Presidente il deputato radicale conte Nicolò Maffei, e i Padri Scolopii, presso i quali avevamo dato gli esami, vollero aver l’onore di sedere a mensa col poeta di Satana.
Al banchetto democratico il deputato Maffei fece, come di rito, un brindisi al Carducci, del quale toccò, per iscancìo, qualche spruzzo anche a me ed al Mazzoni. Il Carducci, ch’era stato chiamato dal Maffei il poeta della ribellione, rispose poche ma buone parole, che al Mazzoni, il quale ne serbò ricordo, pare fossero nel giornale locale, che le riferì, colorite un po’ diversamente. Le parole, secondo il ricordo del Mazzoni, furono, per ciò che concerne l’appellativo dato al poeta, queste: «M’han qui chiamato il poeta della ribellione: ebbene, io devo dire che oggi alla democrazia sono state aperte tutte le vie legali e scientifiche; e ribelle sarebbe chi da qui innanzi tentasse opporsi al suo logico e necessario progresso.»
Il banchetto agli Scolopii fu più in famiglia e perciò più giocondo. Dove entra la politica c’è sempre qualche cosa che impedisce la libera espressione dei sentimenti e dei pensieri. Quei Padri, fra i quali c’era pure della brava gente, erano tutti lieti d’avere fra loro un uomo famoso, ch’era pure uscito dalle loro scuole, e del quale alcuno fra essi era in grado di apprezzare l’ingegno più dei soci della Democratica.
Ripartimmo da Volterra la mattina del 9, col proposito già fatto di andare a vedere, nel ritorno, San Gimignano, San Gimignano dalle belle torri, che nessuno di noi conosceva.
Eran venuti, a piedi, da Livorno a Volterra, per farci una improvvisata, un figliuolo mio con un amico, stato compagno del Mazzoni al liceo. Il Mazzoni con questo amico vollero fare a piedi il viaggio da Volterra a San Gimignano, per desiderio che avevano di vedere certe miniere che si trovavano a mezza strada; perciò partirono prima: il Carducci, il Bevilacqua ed io con mio figlio partimmo più tardi in carrozza; e ci ritrovammo poi tutti quasi contemporaneamente a San Gimignano.
San Gimignano sbalordì d’ammirazione il Carducci con le sue torri, il carattere medioevale, gli affreschi del Ghirlandaio; vi ritrovò un certo Ducci canonico, stato con lui alla Scuola Normale di Pisa, e si fecero assai festa. Veduto tutto quello che c’era da vedere, la sera, tutti in carrozza, s’andò a Poggibonsi, e di lì in treno a Livorno; di dove poi il Carducci partì col genero e con la figliuola per la Maulina.
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Alla Maulina il Carducci, nel 1881, s’era, fra le altre cose, occupato della pubblicazione delle lettere del Guerrazzi, il cui primo volume era uscito nel 1880 pei tipi del Vigo, e il secondo uscì poi in quello stesso anno 1882.
Le altre occupazioni alle quali attendeva nei sei anni della sua collaborazione ai giornali domenicali e alla Cronaca bizantina, erano molte, erano tante, che a volte si sentiva stanco, e si meravigliava lui stesso di resistere a così gran lavoro. Il 13 dicembre del 1883 mi scriveva: «In questo mese, amico mio, ho lavorato tanto, che, se non sono ammattito, è un miracolo. Sommaruga vuol la mia pelle, e non me la paga.» A parte le lezioni all’Università, che furono sempre la sua principale occupazione e alle quali anche allora dedicava il miglior suo tempo; a parte le gite a Roma per le adunanze del Consiglio Superiore; a parte le altre faccende, fra le quali non indifferente il segretariato della Deputazione di storia patria, che teneva fin dal 1865; a parte tutto ciò, e le nuove poesie e prose che mandava ai giornali, veniva preparando per lo Zanichelli le edizioni definitive delle varie raccolte delle sue poesie in tanti volumetti elzeviriani; raccoglieva e pubblicava, pure in un volume elzeviriano, nel marzo del 1882, le Nuove Odi barbare, con innanzi tradotta l’ode del Platen La Lirica; e metteva in ordine quattro volumi di prosa per il Sommaruga. Il volumetto elzeviriano dei Juvenilia fu pubblicato nell’aprile 1880, quello dei Levia Gravia nel settembre 1881, quello dei Giambi ed Epodi nell’ottobre 1882. In ciascun volume la raccolta delle poesie era stata riordinata a rappresentare più esattamente e compiutamente un determinato periodo dell’arte del poeta. I Juvenilia, che nella prima edizione Barbèra erano 38 componimenti divisi in tre libri, e nella seconda 43, divisi in quattro libri, nella edizione Zanichelli furono quasi raddoppiati di numero e divisi in sei libri; essendo state aggiunte nei due libri nuovi le rime politiche giovanili e le satiriche in gran parte inedite. I Levia Gravia, che nelle edizioni Barbèra comprendevano prima 44, poi 43 poesie, divise in quattro libri, furono invece nella edizione definitiva ridotti a tre libri e di non poco diminuiti, avendone l’autore tolto tutte le poesie composte avanti il 1861 e dopo il 1867. I Giambi ed Epodi raccolsero riordinate e corrette tutte le poesie d’argomento civile e politico composte dal 1867 al 1872, così quelle dei Decennali dell’edizione Barbèra come le pubblicate nelle Nuove Poesie della edizione imolese del Galeati. Per ciascuno dei tre volumi l’autore scrisse una prefazione, ch’era come un pezzo delle sue Memorie; e appunto col titolo Dalle mie memorie alcuni frammenti della prefazione ai Levia Gravia e di quella ai Giambi ed Epodi furono, come abbiam visto, pubblicati nel Fanfulla della Domenica e nella Cronaca bizantina: la prefazione ai Juvenilia fu anche stampata nella Lega della Democrazia di Roma del 19 aprile 1880, quando il volume stava per essere messo in vendita.