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Gli scritti di prosa che il Carducci ordinò per il Sommaruga furono le tre serie di Confessioni e Battaglie e un volume di Conversazioni critiche. La prima serie fu pubblicata nel marzo del 1882, la seconda ai primi del 1883, la terza e le Conversazioni critiche nel 1884.
I tre volumi Confessioni e Battaglie (il titolo felicemente trovato compariva allora per la prima volta) comprendevano tutti gli scritti di critica polemica e d’argomento più o meno personale che il Carducci era venuto scrivendo da poco innanzi il 1870 fino al 1883, non esclusi quelli già pubblicati nel volume dei Bozzetti critici (ediz. Vigo), cioè il Secondo Centenario del Muratori, Polemiche sataniche, Due manzoniani e Critica e Arte. A questi si aggiungevano la prefazione alle Poesie nella edizione Barbèra, le prefazioni ai Juvenilia, ai Levia Gravia e ai Giambi ed Epodi, il discorso politico agli elettori di Lugo, le polemiche col Rizzi e coll’Alberti (Novissima polemica), quelle col De Zerbi (Tibulliana) e col Rapisardi (Rapisardiana), gli scritti Eterno femminino regale, Risorse di San Miniato al Tedesco, Ça ira, ed altri minori, ma non meno importanti a delineare intera la figura dell’uomo e dello scrittore, e dare compiuta la misura della sua forza e della sua agilità come schermidore.
Qualcuno paragonò questi scritti a risuonanti e sfavillanti squadroni di cavalleria che dove passano sbaragliano tutto ciò che si para loro dinanzi; e il paragone è giusto. Non si dice con questo che lo scrittore qualche volta non passi il segno; anzi si afferma esplicitamente che lo passa più d’una volta; ma lo spettacolo di quella balda fierezza, di quella risolutezza, rapisce e incanta. Ciò che fa la gran forza di questi scritti polemici è, come già dissi parlando di Critica e Arte, che l’autore dalle questioni personali si solleva sempre ad alte questioni di letteratura. In un breve e mirabile scritto della prima serie, pubblicato la prima volta in un giornaletto di Bologna, il Preludio, in risposta ad un signor A. F. che nel Giornale della Provincia di Vicenza aveva fatto al poeta, a proposito dell’Ode per la morte di Eugenio Napoleone, molti complimenti e detto qualche insolenza, il Carducci dice: «i lettori, spero, mi renderanno questa giustizia, che io non combatto mai per dimostrare che io sono bello, buono, bravo; combatto per un’alta, severa e morale idea che ho dell’arte e della critica, contro quelli che dell’arte e della critica non hanno la stessa idea. E poi c’è chi dice che io non sono idealista.» Parlai già del Ça ira in prosa, che fra gli scritti polemici del Carducci è certamente uno dei più belli; ma tutti in generale sono splendida conferma di quella vecchia sentenza, che uno scrittore non è mai tanto eloquente come quando parla di sè. E il Carducci parla di sè non come un letterato che calcola gli effetti delle sue parole, ma come un uomo che parla, che parla semplicemente ex abundantia cordis. Ciò che il Giorgini disse della poesia del Carducci, si può a più forte ragione dire della sua prosa. È noto che egli non licenzia alla stampa mezza pagina che non abbia prima meditata; ma tanta è la spontaneità e la naturalezza, tanto il brio di alcuni dei suoi scritti polemici, specialmente dei più brevi, che paiono improvvisati. Io non conosco nella nostra letteratura un’altra raccolta di scritti che sia per tale rispetto paragonabile a questa.
Nel volume delle Conversazioni critiche il Carducci raccolse, con emendazioni ed aggiunte, dodici scritti, due dei quali pubblicati nella Nazione di Firenze fino dal 1861 e ’62 (Per il Classicismo e il Rinascimento; Il Buco nel Muro di F. D. Guerrazzi); gli altri pubblicati in altri giornali od altrove, dal 1867 al 1883: fra questi, cinque sul Parini lirico ed uno sulla adolescenza e gioventù poetica del Foscolo.
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Le Nuove Odi barbare, pubblicate, come ho detto, nel marzo del 1882, erano venti, comprese La Lirica, tradotta dal Platen, e due odicine tradotte dal Klopstock. Splendide tutte le originali; sopra tutte All’Aurora, Sirmione, Saluto italico. Alla Certosa di Bologna, A Giuseppe Garibaldi; assolutamente perfette, oltre l’ode per Napoleone Eugenio, Sogno d’Estate e Per le nozze di mia figlia.
Messe fuori le edizioni definitive delle poesie Juvenilia, Levia Gravia, Giambi ed Epodi, il Carducci pensò fino dal febbraio 1885 a riunire e pubblicare in un volume le poesie in rima, non comprese in quelle tre raccolte, cioè quanto restava delle Nuove Poesie, toltine i Giambi ed Epodi, e tutte le poesie in rima composte o finite dopo il 1872. Sperava di pubblicare questo nuovo volume, col titolo di Rime nuove, nel luglio di quello stesso anno; ma invece non potè fino al giugno del 1887; troppe erano le poesie da finire che voleva mettere nel volume, troppe le altre cose che aveva da fare. Attendeva alla stampa di un nuovo volume di prose pel Sommaruga, Vite e Ritratti, che rimase interrotto per la rovina del troppo intraprendente editore; scriveva un saggio sull’Inno della Risurrezione di Alessandro Manzoni e di San Paolino d’Aquileia, che fu pubblicato nell’Archivio storico per Trieste, l’Istria e il Trentino; componeva e pubblicava nella Nuova Antologia il ritratto della contessa Serego-Alighieri Gozzadini, che fu poi messo come prefazione alla Vita della egregia signora;[55] curava la scelta e pubblicazione degli scritti di Alberto Mario; rivedeva e correggeva insieme con Ugo Brilli il libro delle Letture italiane per le scuole ginnasiali; scriveva per la Domenica del Fracassa i Colloqui manzoniani in risposta ad alcune critiche dello Zumbini. E appunto in questo tempo gli ronzavano per la testa delle poesie nuove che si doleva gli mancasse il tempo di scrivere.
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Nell’aprile del 1884 Ferdinando Martini, andato Segretario Generale al Ministero della istruzione, ebbe l’idea di creare un Ispettore Generale degli studi classici, e ne parlò al Carducci per sentire se sarebbe stato disposto ad accettare quell’ufficio. Il Carducci me ne scrisse chiedendomi il parer mio, e dicendomi che per più ragioni, a suo avviso molto forti, dubitava di accettare. Io non so che gli rispondessi, ma certo lo dovei sconsigliare, poichè egli riscrivendomi qualche giorno dopo mi diceva: «Trovo giuste le tue considerazioni circa l’offerta fattami. Del resto la vita di Roma non mi attrae: è troppo invadente: non c’è da liberarsi da certi contatti che io non amo: non mi lascerebbero neanche la libertà della solitudine o del ritiro, che in Bologna ho secura.»