In trenta anni da che ci conoscevamo non avevo memoria che il Carducci fosse stato mai seriamente ammalato. La sua fibra forte e resistente non si era mai risentita delle soverchie fatiche mentali; ma nel 1885 un leggero disturbo lo avvertì della necessità di moderare il lavoro intellettuale e interromperlo col riposo e con gli esercizi del corpo. Nel marzo, una mattina, mentre stava, secondo il solito, lavorando nel suo studio, fu preso a un tratto da un intorpidimento del braccio destro, che lo impressionò tristamente. Fu cosa passeggera; ma che gli lasciò per qualche giorno un po’ di debolezza in tutta la persona, specialmente al braccio. Io lo andai a vedere quasi subito, e lo trovai non solo rimesso della lieve indisposizione, ma di buon umore e tranquillo, che stava scrivendo una poesia; mi pare la sestina Una notte di Maggio, pubblicata poi nella Domenica del Fracassa il 17 dello stesso mese. Si recò pochi giorni dopo a Livorno a fare la Pasqua con la figliuola; e di lì venne a Roma, che stava apparentemente bene. Passando per la maremma sotto Castagneto pensò, e tornato a Bologna scrisse il sonetto «Dolce paese onde portai conforme» pubblicato nella Domenica del Fracassa del 3 maggio. La visita di quei luoghi dov’ei passò la sua fanciullezza gli destava sempre molti ricordi e il desiderio di rivederli. Non c’era più stato da sei anni.
La prima volta che ci tornò, nell’aprile del 1879, era stato un avvenimento. Si capisce; n’era partito ragazzo di tredici o quattordici anni, vi tornava uomo fatto e poeta famoso. «Che cosa accadesse in quel giorno a Castagneto, scrive un castagnetano e testimone oculare, Averardo Borsi, io non saprei ridire efficacemente. Su per la salita che dalla stazione della ferrovia conduce al paese, il Carducci — pur tacendo il suo nome — aveva interrogato lungamente il postino, chiedendogli notizie degli amici d’infanzia, dei luoghi, dei progressi agricoli, delle condizioni del paese; e il postino rispondendogli guardava lo strano personaggio e faceva mille supposizioni sull’esser suo.
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»Scese in mezzo al paese, tra una folla di sfaccendati, che ammiravano la sua tuba dal pelo un po’ arruffato, e andò a cercare mio padre. Mezz’ora dopo era circondato da un gruppo di amici, che lo festeggiavano con quella semplicità schietta che è virtù del popolo maremmano. Alla sera, mentre pranzava in casa mia, venne la banda, e con la banda tutto il paese plaudente acclamante.»[56]
Quella volta il Carducci si trattenne poco a Castagneto; ma promise di tornarvi; e ripassando di lì in via ferrata nell’aprile del 1885 dovè rammentarsi la promessa, perchè arrivato a Bologna scrisse al Borsi: «Conto di fare una peregrinazione maremmana, cominciando da Castiglioncello e terminando a Campiglia e San Vincenzo. Voglio proprio rivedere uno ad uno i luoghi della mia prima età. E condurrò meco un giovane romagnolo, che sarà mio genero.[57] Conto per un banchetto a Donoratico.» Nel maggio andò. «E il banchetto ci fu, scrive il Borsi, gaio, rumoroso, circonfuso di calore e di luce, lì all’ombra della fiera torre, in un bosco fresco di lecciuoli e di giovani querce, fra le quali al suono dell’Inno di Garibaldi, proclamammo la candidatura politica del Carducci.»[58]
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Dopo i pochi giorni di riposo nel marzo, e salvo le brevi gite a Livorno e a Castagneto, il Carducci era tornato al lavoro, come prima. E non fu bene: ma chi avrebbe saputo o potuto imporgli un lungo e assoluto riposo intellettuale?
A me, che gli chiedevo notizie della sua salute, rispondeva il 24 giugno da Bologna: «Bene non sto: ho tali debolezze e vertigini e mancamenti di quando in quando che non mi piacciono. I medici dicono essere esaurimento nervoso, e vogliono ch’io vada in montagna. Il primo di luglio andrò a Desenzano per gli esami; e poi a Oropa, o nella Carnia, a Pian d’Arta.» E il 29: «Domani parto per Desenzano, dove starò fino al 13 o al 14, e poi andrò a Piano d’Arta, sopra Tolmezzo, nella Carnia. Finiti gli esami, faresti bene a toglier su il tuo sacco e venirtene anche tu. Ivi monti e valli e foreste di abeti ed acque fredde e carne ottima e vin di Conegliano, e trote, il tutto a sei lire il giorno. Non si spende poi nulla per quella gran cosa, di essere lontani dagl’imbecilli e dai birbanti.» Alla metà di luglio partì da Desenzano per Arta, «dove, scriveva, se mi troverò bene, starò tutto l’agosto, facendo il meno possibile; cioè rivedendo soltanto le stampe delle Letture e il Mazzini della signora Mario, e leggendo probabilmente Sofocle. Mi pare di non aver più nulla nella testa. Bisogna che mi rifaccia.» E arrivato a Piano d’Arta, mi scrisse il 21: «Sono qui da domenica, e mi pare di starci bene, non ostante che anche quassù abbia trovato dei poeti e delle donne ammiratrici. Io conto di rileggere Sofocle, e guardare un po’ la storia di Carnia e la poesia popolare friulana: senza far nulla non potrei stare; e il chiacchierare con la gente mi farebbe venire l’estenuamento nervoso, anche se non l’avessi.»
Frutto della sua dimora a Piano d’Arta furono le due poesie In Carnia e Comune rustico.
Tornò a Bologna che si sentiva rifatto; e poi che la gita del maggio a Castagneto aveva rinfiammato gli amori suoi per la Maremma, deliberò di tornarci nell’ottobre, come aveva promesso, e persuase me a tenergli compagnia. Arrivammo là il 18, egli da Livorno, io da Roma: la mattina dipoi ci raggiunse, pure da Livorno, Leopoldo Barboni, il quale dieci anni più tardi descrisse quella nostra scampagnata in un grazioso libretto, Col Carducci a Segalari.[59]