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Ed ecco il Carducci un’altra volta in pericolo d’entrare a Montecitorio. Sappiamo bene ch’ei ne aveva poca voglia, e che non gli era dispiaciuto punto di esserne la prima volta stato messo fuori dalla fortuna; e che dopo avea ricusato più volte le candidature offertegli. Ma ora chi glie la offriva erano i suoi maremmani, quel popolo a cui lo legavano tante memorie care, e glie la offrivano perchè andasse a combattere quel governo di Agostino Depretis, ch’ei giudicava esiziale alla patria. Con tutto ciò stette lungamente in dubbio dell’accettare, e non si risolvè se non quando un nobile amico e un gran cittadino, Agostino Bertani, con l’ultima lettera ch’egli scrisse poche ore innanzi la morte, lo sollecitò che accettasse. «Obbedisco (scrisse allora nella lettera Al Comitato democratico elettorale del Collegio di Pisa pubblicata nel Resto del Carlino di Bologna del 9 maggio 1886) alla voce che mi viene d’oltre la tomba, obbedisco alla voce che mi suona di riva al mio mare. E obbedisco alla voce, che mi comanda dentro, del dovere. Però che io credo che questa non più amministrazione giustamente costituzionale ma governo ostinatamente personale danneggi e perverta l’Italia: sì che se il mio nome può dare pur un minimo colpo al minimo dei puntelli di cotesta oppressione barocca, vada pure il mio nome.» E il 19 maggio fece il suo discorso agli elettori nel Teatro Nuovo di Pisa, discorso di aperta e fiera opposizione al Ministero Depretis; ma nella elezione gli avversari moderati ebbero il di sopra; e così anche questa volta il Carducci fu salvo dal pericolo che la politica militante traendolo a sè lo distraesse dagli studi. E fosse egli o non fosse entrato alla Camera, la politica avrebbe seguitato, come seguitò, il suo poco patriottico e meno morale tran tran. Nel 1883 egli avea scritto: De malo in peius, venite adoremus. Il peggio non potea non venire: che cosa verrà dopo il peggio che dura da tanto tempo vattel’a pesca.
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Nell’estate del 1886 il Carducci tornò sulle Alpi; il 28 luglio era a Caprile, dove contava di trattenersi e si trattenne tutto agosto. Il 21 mi scriveva: «Io qua sono tra le vere Alpi: torrenti alpini veri, al cui strepito mi addormento leggendo il Riccardo III e la Morte di Cesare dello Shakespeare. Grandi, cioè strette e dirupate vie alpine; ma ombreggiate di selve di abeti e larici, alla cui ombra studio le Georgiche. Monti veramente stupendi: moli dolomitiche, che paiono architetture di Titani che vogliano imitare a modo loro Michelangelo e il Brunellesco: la Civetta, il Pelmo, la Marmolade: l’uno più bello dell’altra: la Civetta, che io vedo, anzi che io ho, dinanzi alla mia finestra, bellissima. Sento e penso molte cose; ma non ho voglia di far versi, perchè oramai mi accorgo che la forma è inferiore al concetto, e quello che imagino e sento immeschinisce prendendo a costringerlo nelle parole o diventa falso. Riveggo con molta attenzione le Letture, secondo volume nuovamente annotato, e le stampe delle Rime nuove. Ho cercato di rifare alcuni versi.... altre poesie ho finite.»
Nell’ottobre tornò a Castagneto. Se gli amici maremmani si dolsero della sua candidatura non riuscita, egli cercò persuaderli che ciò era stato per lui un bene economico e morale, e che non perciò era meno grato a loro della prova di amicizia che gli avevano data.
Tra le poesie finite a Caprile, o poco prima, o poco dopo, c’era quella intitolata Davanti San Guido, rimasta interrotta fino dal 1874: probabilmente ritrovò l’ispirazione per finirla nelle recenti sue visite a Castagneto.
La selvaggia campagna maremmana ha lasciato una forte impronta nelle poesie del Carducci. La terza parte dell’Avanti avanti, ch’è la più bella e la sola veramente originale, il Chiarone, l’Idillio maremmano, Rimembranze di scuola, Sogno d’estate ed altre fanno rivivere dinanzi alla fantasia del lettore la storia antica, i vari aspetti della Maremma dai più orridi ai più sereni e ridenti, e le forti impressioni che ne ebbe il poeta; ma la poesia che più compiutamente rispecchia i suoi ricordi giovanili è certamente Davanti San Guido.
Le altre poesie finite a Caprile erano probabilmente Faida di Comune, La Sacra di Enrico V, l’Intermezzo e il Congedo; le quali apparvero per la prima volta intere nella prima edizione delle Rime nuove, finita di stampare dallo Zanichelli il 20 giugno 1887. Con le Rime nuove restava compiuta e ordinata in quattro volumi (oltre i due delle Odi barbare) la raccolta di tutte le poesie del Carducci: 1º vol. Juvenilia, 2º Levia Gravia, 3º Giambi ed Epodi, 4º Rime nuove; nei primi due i tentativi e la preparazione, negli altri e nelle Odi barbare l’opera originale del poeta, che ora si presentava al pubblico nella sua interezza.
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Il volume delle Rime nuove si apriva con l’ode Alla Rima e si chiudeva con il Congedo, di cui furono pubblicate le prime tre strofe nella Cronaca bizantina del 16 dicembre 1882, col titolo Che cosa non è il poeta. Le poesie, 97 in tutte, erano divise, senza la prima e l’ultima, in otto libri: nel terz’ultimo il Ça ira, nel penultimo traduzioni, o rifacimenti, dal tedesco, dallo spagnuolo, dal francese antico; nell’ultimo l’Intermezzo, diviso in dieci capitoli.