Il poeta nella Prefazione ai Giambi ed Epodi (1882) aveva detto: «Queste rime non vanno oltre il 1872; e di comporne ancora di simili non mi sento più in vena»; ma anche tre anni dopo, nel giugno del 1885, scriveva:
Tirreno, anche il mio petto è un mar profondo,
E di tempeste, o grande, a te non cede:
L’anima mia rugge ne’ flutti, e a tondo
Suoi brevi lidi e il piccol cielo fiede.
E mandandomi il sonetto, in fine del quale era la data 186.... mi scriveva: «Ci ho messo un po’ di data per dare ad intendere a me medesimo, che oramai la ragione illumina e vince in me le torbide collere e che non è più il tempo delle procelle.» Ma inutilmente cercava egli di farsi questa illusione. Nell’anima sua c’era e rimaneva sempre un fondo di scontentezza e d’irrequietudine, che ogni tanto aveva bisogno di sfogo: e allora lo scrittore doveva pigliarsela con qualche cosa o con qualcheduno, magari con sè medesimo e con le sue idee; e guai allora a chi o a che gli capitava sotto! Non scrisse più, è vero, poesie politiche: le sue bizze e le collere, alle quali cercò sempre cagioni degne, le sfogò in prosa (nelle Confessioni e Battaglie delle quali abbiamo già parlato), e nell’Intermezzo, il quale fu collocato in fondo alle Rime nuove, quasi un fuor d’opera. Il poeta stesso dovè sentire che con le Rime nuove legava poco; e perciò nella edizione ultima delle Poesie gli assegnò un posto a sè, il suo vero posto fra i Giambi ed Epodi e le Rime nuove.
Quei critici dilettanti di cronologia, che, come il mio amico Mestica, sudano molte camicie per disfare l’ordinamento ideologico nel quale un grande poeta dispose i suoi versi, siano avvisati che renderebbero un cattivo servizio al Carducci e farebbero addirittura contro la volontà sua ristampando le sue poesie in un ordine diverso da quello nel quale egli le ha volute. Della cronologia ne ha tenuto conto da sè quanto gli è parso. Così fecero il Leopardi ed il Foscolo: i quali, se tornassero al mondo, non sarebbero, credo, niente grati al Mestica del riordinamento da lui fatto delle loro poesie.
Una cosa è da notare a proposito di tre poesie comprese nel penultimo libro di Rime nuove, che sono Il Passo di Roncisvalle, pubblicata la prima volta nella Nuova Antologia (maggio 1881) e riprodotta in una strenna livornese L’Estate (agosto 1882), Gherardo e Gaietta pubblicata nel Fanfulla della Domenica (3 aprile 1881) e La lavandaia di San Giovanni, pubblicata la prima volta nel primo numero della Rassegna settimanale del Sonnino (6 gennaio 1878),[60] poi nella Cronaca bizantina del 1º giugno 1882. In queste tre poesie, la prima delle quali, meglio che traduzione, è una ricomposizione epica di su diverse redazioni di romanze spagnuole e portoghesi, la seconda è traduzione dal francese antico, e la terza dallo spagnuolo, il poeta diede saggio di una nuova barbarie metrica, e discorse di essa le ragioni in una breve introduzione alla seconda di coteste poesie. In essa dice: «Fra un’ode barbara e l’altra, io mi provo anche a tradurre delle romanze antiche francesi e spagnuole e dei canti popolari tedeschi.»
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«Certe traduzioni dal francese antico e dal tedesco le faccio in metri che rispondano più esatto si possa agli originali. Alle assonanze non ho ancora avuto il coraggio di spingermi; ma farò il possibile di arrivarci presto. Tutto per procurare un piacere ai miei cari montoni d’Arcadia: sono tanto graziose quelle bestioline, specialmente quando diventano idrofobe.»